Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in (a) appartenenti all'Imperatore, (b) imbalsamati, (c) ammaestrati, (d) lattonzoli, (e) sirene, (f) favolosi, (g) cani randagi, (h) inclusi in questa classificazione, (i) che s’agitano come pazzi, (j) innumerevoli, (k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, (l) eccetera, (m) che hanno rotto il vaso, (n) che da lontano sembrano mosche.
Il libro è un oggetto testuale che possiede una caratteristica non specifica rispetto ad altri tipi di testi, ma con una misura più dilatata, quindi visibile: incarna il tempo in modo strutturale. La sua peculiare funzione deriva dalla doppia temporalità insita nella lettura: il tempo del testo, che appartiene alla narrazione, e il tempo del lettore, che si distribuisce nelle diverse sessioni di lettura. Questa alternanza produce una doppia memoria, in cui gli episodi narrativi si intrecciano con le esperienze quotidiane del lettore, generando un effetto simile alla tecnica mnemonica dei loci.
In questa prospettiva, il libro non è solo un contenitore di parole, ma un dispositivo che articola e stabilizza la temporalità. La struttura del libro consente pause, riprese e ritorni: il tempo non scorre in modo continuo, ma viene segmentato e reso navigabile. Ogni lettura rappresenta una riattivazione della durata linguistica, e l’esperienza del libro dipende dall’interazione tra la temporalità del testo e quella del lettore.
Il tema si approfondisce se si assume il postulato secondo cui il tempo coincide con le parole. Il tempo non è un flusso astratto, ma esiste nella misura in cui viene articolato in parole. Il silenzio, l’interruzione o l’oblio non rappresentano una sospensione del tempo, ma punti in cui il tempo umano, per poter essere detto e compreso, richiede razionalità. La logica non è necessaria, mentre la razionalità linguistica è indispensabile: senza di essa le parole “scoppiano”, cioè il tempo diventa ingestibile dal linguaggio umano.
Infine, il tempo dello scrivente costituisce un terzo livello temporale. Il libro è prodotto in un tempo separato da quello del lettore, ma quando viene fruito, la durata linguistica originaria si riattiva. Così il libro diventa un dispositivo di sincronizzazione tra tempi asincroni, in cui la scrittura, la narrazione e la lettura si stratificano. La sua funzione non è semplicemente comunicativa, ma stabilizzante: il libro tiene insieme il tempo umano sufficientemente a lungo perché possa essere vissuto e raccontato.
In sintesi, il libro, inteso come oggetto concreto, non è solo un testo lungo o complesso. È un dispositivo che rende il tempo articolato e leggibile, un sistema in cui le parole producono, segmentano e stabilizzano la durata, permettendo all’esperienza umana di interagire con il tempo senza collassare.
HGT
Il titolo è un acronimo inglese.
La lingua inglese e soprattutto americana, col suo uso degli acronimi, mi affascina.
L’acronimo in questione, in quella forma letteraria che è la “divulgazione scientifica”, viene tradotto in italiano con TGO, Trasferimento Genetico Orizzontale.
Horizontal Gene Transfer, HGT.
Leggendo un libro di divulgazione scientifica è comodo riferirsi a una teoria, a una sintesi, con un acronimo.
Insomma, la modifica delle lettere HGT-TGO non modifica la teoria.
Gli acronimi sono piccole parole che contengono parole.
Sono granelli di parole in cui l'etimo sta nel loro rapporto. Le parole che compongono l'acronimo non sono etimologizzabili e vanno prese così, come capita, tanto il rapporto della loro relazione è: un discorso.
La mia logica non ha una direzionalità. È dall'insieme che ricava sintesi, significati che solo allora diventano senso, al pari di ciò che vedo, annuso, etc.. Questo senso si incorpora in me come un odore di biscotto.
Per fare un altro esempio fingo che non esistano le tastiere; e che dovessi essere io ad inventarne la disposizione dei tasti.
Quello che mi verrebbe naturale fare, sarebbe dargli un ordine alfabetico.
Creerei così la tastiera più scomoda al mondo.
Dietro all'ordine che considero normale delle attuali tastiere, alberga una scienza che ha dovuto anche scontrarsi con l'abbassamento delle probabilità che i martelletti delle macchine da scrivere si accavallassero. Non credo che sarei capace di riprodurne l'ordine a memoria, eppure è l'ordine della tastiera che uso tutti i giorni. Non ne capisco l'ordine ma la so usare, la so.
Tornando all'acronimo. Essendo un termine che viene letto da persone che spesso sanno leggere in inglese, un clan, una tribù, difficilmente entrerà nel vocabolario italiano.
A me piace molto il concetto di TGO per questo spero vi entri.
Tra le parole inglesi fino ad ora escluse dal mio vocabolario (Devoto Oli - 2024) vi è “pet” per “animale da compagnia”. L’ho sentito usato spesso nel linguaggio comune.
Mi piace e non mi piace.
Letteralmente significa “animale da accarezzare”. A me questo significato non piace, contiene troppe questioni per me poco interessanti. L'ai mi ha proposto anche “animale da compagnia” e anche questo non va. Io vorrei definirli “animali domestici” essendo che i nostri micini e cagnolini stanno in casa più di noi.
Animali domestici è meglio, così potrei includere tra gli animali domestici, due ragnetti (uno zampa corta, l'altro lunga) che abitano nel mio bagno.
Mi son simpatici entrambi: quello corto dev’essere un po' pugnetta; quell’altro un po' imbranato. Quando si incontrano il lungo scappa sempre.
Diciamo che dal punto di vista animale, la mia casa è abitata da molte forme animali di vita. Ogni tanto entra una cimice, una vespa e chissà quanti insetti ci sono che io non vedo. Ovviamente non stanno in casa per le carezze, non son mica dei pet.
Questo dal punto di vista animale.
Dal punto di vista di forme di vita, in casa ne ho altre.
C’ho una piantina grassa, un cactus, che ho battezzato pomodoro, con la pi minuscola (non so se per un vegetale si possa usare la maiuscola) e tre fiori in un vaso che vanno seccandosi, un po' di gorgonzola in frigo e, quella che definirei, senza nessun timore d’esser smentito (quantomeno da me) il mio vanto tra i vanti!: da poco abito in un vecchio palazzone con la balaustra di cemento armato che, quando venni qui, non volli venisse verniciata. Non volevo togliere quella peluria verde di licheni. I licheni sono simbionti. Ne guardo uno, poi quell'altro e poi quell'altro ancora, e non mi decido mai. Quel che mi interessa è l'insieme.
Un simbionte dunque somiglia ad un acronimo e un acronimo somiglia a una parola.
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