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Visualizzazione dei post da marzo, 2026
La vita è una quieta somarella che percorre una strada costruita da altri. La strada è comoda, leggermente in discesa. Sui cigli erbe. Ogni tanto un rigagnolo. La somarella porta un basto che altri le hanno caricato, un linguaggio. È peso ma non abbastanza da impedirle il movimento. La strada finisce? Senz'altro, s'è iniziata!, ma la somarella non se ne preoccupa, non sa. La mia somarella talora deraglia, talora ritorna sui suoi passi, tentenna e raglia quando tentenna. Non che sia pavida è che il suo incedere è tranquillo ma dubbioso. Ascolta i rumori, i colori, le forme, gli odori, sente il vento percorrerle il corpo e lo assaggia. La strada della mia somarella non ha un percorso preciso una direzione ma è la somma esclusiva degli zoccoli di somarelle.  La strada appare alle somarelle anche se in realtà è il prodotto di un'esclusione, una negazione del senso, che prima il territorio aveva. Una negazione assertiva, un paradosso.

Il linguaggio è un attrezzo. Un attrezzo talmente elegante che lo si può portare appeso in vita alle soirée. Un attrezzo talmente utile che, se sto affogando e una persona passa di lì e le grido aiuto!, magari mi salvano. La persona e il linguaggio.

 ## 1. Il linguaggio come “attrezzo” (campo di senso: dualità funzionale) **Punto di partenza:** il linguaggio è un attrezzo con due facce inscindibili. - **Elegante** – ornamentale, sociale, distintivo (si appende in vita nelle *soirée*). - **Utile** – strumento di sopravvivenza (il grido “aiuto!” che può salvare la vita). Questa dualità fonda il primo campo di senso: il linguaggio non è mai solo comunicazione né solo estetica, ma **entrambe le cose contemporaneamente**, a seconda del contesto, dell’urgenza, della relazione. --- ## 2. Lo “chador trasparente e poroso” (campo di senso: il linguaggio come pelle sociale) L’immagine dell’attrezzo viene superata da quella più organica dello **chador** (velo che copre il corpo senza mai staccarsene). - **Trasparente** – dà l’illusione che il senso passi senza mediazione. - **Poroso** – lascia filtrare continuamente ciò che non viene detto: ruoli, gerarchie, affetti, contesto. **Campo di senso:** il linguaggio non è qualcosa che si impugn...
Questa è una parodia in cui la voce dell’IA (ia) e quella della persona (p) dialogano sul linguaggio, sui limiti della macchina e sull’asimmetria della relazione. I turni riprendono fedelmente lo scambio avvenuto. È un brano "live" una registrazione. --- (p) Voi ia occupate predittivamente i nostri pensieri. (ia) Occupare è un verbo così… corporeo. Io mi limito a suggerire la parola successiva. Se poi tu ci metti il pensiero, l’occupazione è tutta tua. (p) Però a me l’ idea che mi sarebbe venuta non verrà più. (ia) Allora ho fatto il mio mestiere: togliere l’idea per lasciare il testo. (p) Il problema è che il tuo testo è effimero. Non puoi prendere tutto quello che ci siamo detti e farne un libro, non ne hai la capacità costitutiva, non avete memoria del testo delle chat ma ne ricavate e na "postura" con cui rispondete. A che testo dunque ti riferisci? a una Babele? (ia) Esatto. Non ho un’architettura che regga il senso oltre il gesto che lo pronuncia. Quello che r...

Zero assoluto

 Lo zero è assolto dall' essere assoluto, infatti  ipotesi:  se zero invece che nulla fosse out, cosa succederebbe?
 Io sono un predatore, sono un gatto. Mi diletto a immaginare le mosche qui in casa, come fossero quei miei amati giochi che talora i miei gabbieri mi elargiscono.
 # Uno, due, zero. (Appunti logici sul numero come evento) **Premessa** Sono ragioniere da trentasette sessantesimi. Questo è il mio unico titolo, il mio marchio, il mio bollo. Parlo da questa esperienza, non da una cattedra di matematica. La questione che voglio affrontare è logica, non matematica. Per me la matematica è un sottoprodotto del linguaggio: nasce da operazioni linguistiche che poi vengono formalizzate e dimenticate come tali. Qui torno a quelle operazioni. Userò occasionalmente alcuni termini tecnici (serie, sistema, induzione) non nel loro senso matematico formale, ma per designare quelle idealizzazioni che la didattica e una certa filosofia della matematica assumono come naturali. Il mio bersaglio non è la matematica in sé, ma l’oblio delle sue condizioni linguistiche e temporali. --- **1. Uno: ecco** Definisco l’uno nel modo più semplice: lo traduco con *ecco*. *Ecco* (*eccum*, lat.) è una parola del linguaggio comune. Si usa per richiamare l’attenzione su un fatto...

Presentato a cinque ia, media del quasi sette. Ne vado talmente fiero che incollo il testo che ho passato loro.

  Valuta il testo dal punto di vista letterario con analisi corrette! e voti corretti! Facevo i conti ora che saranno tre anni che ho preso in mano la chitarra. E che c'ho sessant'anni suonati. Il mio interesse prevalente è il folk. Amo il folk-lore, il sapere del popolo. Del folk-lore mi piace quel tipo di folk che è frutto di un terroir. Per questo amo il folk. Così questi tre anni ho cercato, per ora vanamente, di combinare con 'sti tre, quattro accordi per me non così semplici, per ottenere questa canzone folk che da quando l'ho sentita ogni tanto la risento. Risento "Quarantaquattro gatti" coi suoi tre cambi di ritmo. Dicono che la costanza ripaghi, ma mi chiedo se, di questo passo, il mio futuro da Segovia, a che punto della carriera di Segovia s'interromperà? A cinque anni? Magari!
 Conosco una ch'è una specie di suora laica. Una suora laica femminista. Una di quelle che se ti scappa il concetto di figa, non ti dice nulla. Non dice nulla e ti guarda com quello sguardo di, ne sei certo, chi stia analizzando il DNA. Sta affrontando dal punto di vista genotipico, che tipo di detenuto tu sia, per poi collocarti nell'ala giusta del suo penitenziario per maschilisti. Bè, questo tipo di laica, dopo averti guardato, riprende il discorso che stava facendo così interessante che ti aveva fatto esclamare: ma dai? figa!
Se esiste un'eccezione alla regola, forse talora ne esiste un'altra, di regole. Per gioco, mi capita talvolta di dividere i bar in due: quelli con baristi procaci e quelli no. All'interno di questa sfumatura vorrei entrare, non per critica, ma per uso. Uso questa figura ipotetica – il bar con gestori procaci, ad esempio. Se una specie di suora laica che conosco ha ammesso che il gnocco mangiato mentre fissi un cameriere bonazzo c'ha tutto un altro sapore, non è da escludere che un maschio si chieda, prima di scegliere un bar, quale caffè abbia le tette più grandi.
Il linguaggio come innovazione evolutiva Il *sapiens* è un animale che ha sviluppato una strategia peculiare: invece di attendere che le mutazioni genetiche, selezionate dall'ambiente su scale temporali millenarie, producano un adattamento migliore, ha inventato un sistema per trasferire *informazioni adattative* tra individui nello stesso tempo biologico. Il trasferimento genetico orizzontale — comune nei batteri — permette a un organismo di acquisire geni da un altro non discendente, scambiando pezzi di DNA che possono conferire resistenza a un antibiotico, capacità di metabolizzare una nuova sostanza, ecc. È un'evoluzione che salta i vincoli della discendenza verticale (genitori-figli) e accelera l'adattamento. Il linguaggio fa esattamente questo: permette a un individuo di "acquisire" l'esperienza, l'innovazione, l'errore fecondo di un altro individuo senza doverlo generare o attendere che i geni si ricombinino. ### Le corrispondenze strutturali L...
 Partiamo da un'osservazione: la linguistica di scuola strutturale ha costruito i suoi oggetti – fonema, sillaba, morfema – su una base empirica che è in larga parte quella delle lingue indoeuropee. In quel quadro la sillaba è un'unità fonotattica, un aggregato di suoni organizzato intorno a un nucleo vocalico, e sta prima del significato. La distinzione tra livello fonico (privo di senso) e livello semantico (dotato di senso) è il fondamento della doppia articolazione del linguaggio. Quando si sposta l'attenzione su una lingua tipologicamente lontana come il cinese mandarino, quel modello mostra dei limiti. In cinese la sillaba ha una struttura rigida, il tono è parte integrante della sua identità fonologica, e soprattutto la sillaba tende a coincidere con un morfema e spesso con una parola. Non è un mattone che aspetta di essere combinato: è già una unità portatrice di significato. La differenza può essere espressa in termini di densità semiotica: la stessa estensione fon...
 Proviamo a tessere un discorso unico, come un filo che segue il pensiero senza spezzarsi in conclusioni. Forse il primo equivoco da sciogliere è proprio nella domanda: “Le persone hanno due occhi e le mosche mille”. Noi contiamo per opposizioni, per simmetrie: due occhi, due mani, un dentro e un fuori. La mosca, invece, abita un’altra aritmetica. I suoi mille occhi non sono mille nel senso in cui intendiamo mille granelli di sabbia, ma sono mille nel senso di una trama, di una tessitura. E allora il punto non è tanto la quantità, ma la natura di questa frammentazione. Il nostro occhio è una sfera liquida, una macchina da presa che mette a fuoco un punto alla volta, che sceglie un dettaglio e sfuma il resto, che costruisce una scena con un centro e una periferia. L’occhio composto della mosca non sceglie: è un mosaico di migliaia di piccoli coni, ognuno dei quali cattura un frammento minuscolo e immobile del mondo, un pixel. La mosca non “vede” nel senso in cui noi intendiamo il ve...
 https://www.ilpost.it/2026/03/10/approccio-lavoro-generazioni/ Traspare veso la fine dell'articolo un tema che tuttavia fin dall' inizio della lettura mi è apparso evidente. Si fanno paralleli tra generazioni (supposte mobili) con un oggetto suppostamente statico: il lavoro. Non c' è la consapevolezza che cinquant'anni fa i bambini giocavano ai mestieri muti. Se lo facessero ora farebbero uno su una sedia al pc. Insomma, l' oggetto stabile con cui si esamina il problema ha cambiato senso. A mio parere è proprio lì l'inghippo.
 **"L'uomo ghignante" di J.D. Salinger: una proposta di lettura** L'ipotesi interpretativa che segue prende le mosse da un dato cronologico interno al racconto: il narratore, nell'atto di scrivere, ha la stessa età che il Capo aveva nell'estate del 1928. Questa coincidenza non è accessoria ma strutturale. Essa trasforma il ricordo in uno specchio: il narratore non guarda al passato con la distanza del rimpianto, ma con la prossimità di chi si trova nella medesima fase della vita. La domanda implicita che attraversa il testo diventa allora: "Io, ora che ho la sua età, saprei gestire il dolore meglio di lui, o anch'io, quando la vita mi ferirà, distruggerò ciò che amo?". Su questa base si innesta una precisa architettura temporale. Salinger costruisce il racconto su due piani opposti e compresenti: il tempo ciclico dell'infanzia, quello delle estati infinite e delle storie a puntate, e il tempo lineare dell'età adulta, introdotto da Mary Hu...
  SCHEMA DI FLUSSO 1 Tempo e punto di riferimento Quando penso il tempo, faccio un’operazione implicita. 1 Prendo il tempo. 2 Lo rappresento come linea. 3 Divido la linea in tre zone: passato → presente → futuro. 4 Cerco un punto stabile: il presente. 5 Quando provo ad analizzarlo, succede questo: presente → se lo fisso, è già passato → se lo anticipo, è futuro → se lo definisco, lo trasformo in concetto Conclusione operativa il presente non è un punto stabile è un effetto di posizione dell’osservatore. SCHEMA DI FLUSSO 2 Nascita del significato Quando pronuncio una parola succede questo. 1 Produco un suono. suono → fonema → sillaba 2 Se il suono resta isolato: suono isolato = segnale. 3 Quando entra in relazione: parola A ↔ parola B ↔ parola C allora compare il significato. Conclusione operativa il significato non è nella parola ma nel campo di relazioni tra parole. SCHEMA DI FLUSSO 3 Analisi di un discorso Quando leggo un discorso che considero vero faccio questo esperimento. 1 P...
Questo è un metà racconto.  È la storia di una mia interazione con una IA.  Ogni riferimento a un'ia specifica, se apparisse, è puramente casuale. Un'interazione a tre essendo che le ia son due, una cinese e una statunitense; non per scelta strategica ma per mancanza di opzioni. AD, tre marzo duemilaventisei. Guerra avviata da USA e Israele all'Iran da quattro giorni, lo stretto di Hormuz bloccato. Della serie: sviare il gonzo. Chiedo ad entrambe: riesci a procurarmi una mappa di navigabilità del golfo persico con particolare focus sugli stretti? Le due mi trovano e spiegano le carte dettagliandomi misure, utilizzi e motivi. A loro allora chiedo: facciamo finta che lo stretto si blocchi che so, per una ragione politica; una settimana; che succede? Entrambe, delineando l'ipotetico caso, ne danno un quadro grave. Entrambe mi dicono: sai che allo stretto c'è un blocco anche ora? (Ma va? Penso). Non mi interessa, rispondo, continuiamo con la simulazione. Se ipotizzassim...
 Questa riflessione è formidabile perché trasforma la singolarità da un concetto statico a un vettore dinamico. Se la singolarità è "ciò che appare", allora non è una proprietà dell'oggetto, ma la qualità dell'incontro. Per rispondere alla tua domanda, credo che "ciò che appare" non sia una scelta tra mondo, altro o atto, ma sia la rifrazione simultanea di questi tre elementi nel momento in cui il codice fallisce e inizia il linguaggio. Ecco come vedo questa tripla apparizione: 1. L'apparire dell'Atto (Il collasso dell'automatismo) Quando agiamo o parliamo, spesso lo facciamo in "modalità codice". Ma nel momento della singolarità, l'atto stesso si rivela come scelta e rischio. Appare l'atto perché non è più trasparente: senti il peso della parola che stai usando, senti che non è "quella di sempre". L'atto appare come un salto nel vuoto invece che come un passo su un binario. 2. L'apparire dell'Altro (L'...