Gipsoteca Qui in paese c'è chi sostiene che io sia un fanfarone. Lo so, lo sono. Ho messo quest'insegna “Gipsoteca” al negozio che ho in subaffitto da mio cugino. Si tratta della mia sede commerciale in cui vendo opere di noti scultori che mi hanno autorizzato a farne un calco. Io poi prendo il mio calco e vi colo del gesso e oplà, il gioco è fatto. Vendo insomma calchi originali. Tra i più originali che mi siano capitati senz’altro si distingue "L'apparente pensatore" di Rodín. Rodín è un veneto che fa arte concettuale. All'ultima biennale qui a Mazzalasino (RE), ha avuto l'ardire di presentare una statua di cartapesta che rappresentava un uomo assorto su un divano che, intento in qualche esercizio orientale per allungare i muscoli facciali, si tirava il mento con una mano. A me sembra uno stravaccato sul sofà che pensa. Non capisco l'arte concettuale, ma la giuria di Mazzalasino (RE) gli ha dato il premio, quindi qualcosa ci sarà e tuttavia dei su...
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Visualizzazione dei post da novembre, 2025
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Il bambino è solo e cammina nella strada che in piena luce, scende appena dalla principale; non sarà lunga più di una ventina di metri e la costeggia un muretto dove, a intervalli regolari, sono piantati sottili paletti di ferro. Ad essi una rete a losanghe di filo di ferro con guaina di plastica verde. Al contatto non macchia e non taglia quand'è nuova e questa lo è. Il bimbo ci appende le mani ed infila il naso in una maglia e la bocca in un'altra. Lo vede. Una mano si stacca dalla rete e si infila in una tasca a cercare qualcosa. Il cane è un giovane pastore tedesco. Io sono Rasti e lui Rintin, così pensa il bimbo. Il cane sarà a cento metri. Vede qualcosa e drizza le orecchie. Il bimbo resta immobile e fissa il cane. Lo sa che verrà qui da lui. Il cane scodinzola e accenna a muoversi. Trotta e poi galoppa e, quando con un balzo gli atterra dinnanzi, il bambino sente uno schizzo di bava sul volto. Il bimbo era certo che il cane sarebbe venuto. Lo sapeva quando inguadrato g...
Binario morto
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Non fila come un treno un sistema binario. Un sistema binario ha "uno", ch'è un sì, e "zero", ch'è un no. Tertium non datur. Un sistema semplice. Con questa coppia si possono costruire architetture razionali così articolate da far perdere di vista la loro banalità. Quando, come ora sto facendo, usa il display di uno smartphone come un PC o, tornando indietro, come una macchina per scrivere col foglio o, ancora più indietro, come un foglio, una boccetta d'inchiostro e una penna d'uccello, si attivano sul display una serie di interruttori sì/no sotto i tasti virtuali che, attraverso un hardware comandato da un software, accendono i pixel del foglio virtuale. Tutto ciò per sommi capi, ribadisco. Non voglio binarizzare il discorso ma concludo qui la suggestione per iniziare a trattare l'argomento di cui volevo scrivere. L'esperienza esperita. Immaginando l'hardware, potrei pensare a un armadio che contiene relè, interruttori sì/no, movimenti ...
A. Pallavicini
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Vengo subito al sodo: sono abbastanza ignorante e sono vecchio. In qualità di scrivente nel mio l'intento era che le due Alexa di questo testo, fossero la stessa persona. --- Non sono pazzo, non sono pazzo, non sono pazzo. Così il mio psichiatra mi suggeriva di ripetermi nei momenti di crisi. Il mio mantra oramai era questo da quando mi occorse per lavoro, ero psicologo, di conoscerla. Prima di conoscerla la mia vita filava liscia come l'olio. La prima volta che mi telefonò la sua voce mi sembrò avere un ché di familiare, mi ricordava qualcosa ma non sapevo bene dove pescare e, a onor del vero, non me ne importava un fico secco. Mi disturbava però una strana precisione metallica, come una voce che avevo già sentito altrove. Mi appuntai il cognome (mi diede solo quello): Pallavicini come quella che cadde dal cavallo; l'ora: le sedici e trenta, e il giorno: mercoledì ventuno. Quel giorno la signora si sedette e cominciò a raccontarmi la sua storia che non conteneva nulla di r...
Strada - Denzano
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Denzano di Marano, quando mi è capitato di andarci, mi è sempre apparso un luogo surreale. La maggior parte delle volte ci sono arrivato a piedi ed in buona compagnia, a volte solo. Probabile succedesse così anche ai pellegrini che la frequentavano nel passato, trovandosi sul percorso della Romea Nonantolana. Un tempo sulle strade si costruivano le ville più fastose e le opere più importanti; nella modernità, laddove esse non si sono sovrapposte alle antiche, i nuovi percorsi portano ai non luoghi del commercio che sono le opere più rappresentative di quest'epoca. Per una serie di motivi, tra cui anche la costruzione di nuove strade, il paese è rimasto isolato, sospeso su un piccolo promontorio, parallelo al corso del Panaro, che sovrasta due piccole valli che si dipartono da una magnifica dorsale, perpendicolare al corso del fiume, che arriva ad Ospitaletto (toponimo che immagino derivi direttamente dalla Romea). Da questa dorsale, guardando a Nord, si ha un magnifico panorama s...
More dogs
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Mia madre, non saranno nemmeno sette anni, mentre la spingevo in carrozza non sapendo bene dove andare se non al parco vicino a casa sua, ogni tanto spezzava quella serena mancanza di argomenti che talvolta si creava, con: a gh'è pió can che putèin [ther's more dogs then childrens]. Un'osservazione che a me che son stato proprietario sia degli uni che degli altri, mi ha continuato a tittillare senza mai fossilizzarsi in un argomento sino ad oggi. Considerando il fatto che mi capita spesso di praticar la strada a piedi o in cicclo e, mettendolo in rapporto con lo stupore che ho provato quando raramente mi è successo d'imbattermi in animali bradi, pensavo al fatto che a stupirmi, più che, chessò, le lepri o i caprioli, fossero i gatti o i cani. Se fossi in loro, i gatti o i cani, penserei a un movimento di liberazione per togliermi di dosso 'sti papy e mamy.
sette d due
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L'orologio me le indica puntuale come al solito. Sono le sette e due (forse le diciannove e due ma non l'ho mai capito). Fatto sta che tutte le volte che mi ritrovo lì, l'ora è sempre quella. Come in un esercizio zen la mia giornata sembra ruotare attorno a questa ora. Per quanto mi succeda, ritardi o sbagli, riesco sempre ad arrivare stremato al suo cospetto alle sette e due. Più che la mia giornata sono le mie settimane, i miei mesi ed anni e insomma: la mia vita (da un po'). Mi dico, tra me e me, che un punto fermo, almeno uno, bisogna pure averlo. Ed io ce l'ho. È l'orologio di quel campanile che mi annuncia, assieme all'ora, che la città è vicina e che la mia fatica sta per concludersi. E allora faccio un checkup di come va o meglio, come sto. Controllo il fiato o il cuore. Si trova infatti il campanile su una rotta che scelgo spesso per far dei giri in bici e a piedi così che il veder quell'orologio, per me che non ne porto, mi conforta doppiam...
Il culo del cavallo
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Alle medie ci diedero da fare una "ricerca" su un pittore e io avevo un'enciclopedia incompleta che terminava alla lettera "o". A me bastava e avanzava e ancora avanzerebbe e basterebbe. Il tema era talmente generico che cominciai a sfogliare quei libri non so più bene quali nomi cercando ma son certo che allora, così come sarebbe ora, ahimè non mi son evoluto,, non fossero più di tre o quattro. Non so nemmeno se l'andai a cercare consapevolmente, anche se andarci a sbattere per caso, per quanti pochi libri fossero, mi par difficile e, se fosse alla "c" del suo paese o alla "emme" del cognome e del nome, anche se poi, verosimilmente e senz'altro o all'una o all'altra, v'era un rimando. Non so neppure se vi fossero diversi quadri o solo quello col culo del cavallo in primo piano. Per certo so che il quadro col cavallo era privo di colore eppure così, mutilata l'opera di una parte che parrebbe sostanziale, nella mia...
ieri
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Stavo passando a fianco al parco sulla ciclabile che lo lambisce e all'altro fianco ha una strada cittadina disegnata come un'autostrada oltre la quale c'è una caserma dismessa con basse costruzioni e quest'insieme dà, ora tiro fiato, un inaspettato anfiteatro panoramico da cui guardare il cielo. Alcuni passanti della ciclabile s'eran fermati sul lato ovest a fotografare il cielo. Poco dopo le sette di sera, a metà di settembre nella mia città, il sole sta per immergersi e si crea quel magico momento in cui i suoi raggi accendono le nuvole per la metà del cielo mentre nell'altra, ancora luminosa, c'è un monocromatismo, tra sfondo e nuvole, di quella tinta speciale che, non so perché, a me pare il vero colore del cielo, quello che io definisco "azzurro". Mia madre stava morendo, si trovava cioè nella condizione che si immagina appartenere ad ogni essere che vive. Ma un po' più in là. Poi non è morta. Lo dico oggi di ieri. Da quel punto d...
Gatto morto
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Il mio gatto morto non è quello dentro una scatola che può addirittura essere vivo. Il mio gatto morto è quello che mi è morto per davvero. Spiaccicato su una strada. I miei gatti non son morti spiaccicati. Nell'affannosa ricerca di tentar di trovare un giusto rapporto tra lo spazio ed il tempo, che in Fisica vien definito Velocità, ho praticato per anni la strada, l'architettura più tappa che l'umanità abbia prodotto, in cicclo. In cicclo capita di vedere animali spiaccicati sulla strada: uccelli, roditori, canidi, etc.. Nel nutrito catalogo animale non mi è mai capitato di vedere un sapiens nonostante sappia, così come so che la terra non è piatta, ve ne sian stati. Tuttavia nel mio percepire il lutto stradale il gatto morto (spiaccicato) mi è sempre sembrato incomprensibile. Incomprensibile pensare come la sua fulmineità, il suo acume, possano farlo capitolare in presenza di un auto. Sino a che non ho capito che l'omogeneo incedere di questa, non possa rientrare ...
La versione di Piero
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Piero è quel mio amico morto. Veniva considerato una persona di intelligenza brillante. Anche da me. Quando ci ritrovammo era già in un avanzato stato di disgregazione. Non so più se, nel nostro intricato secondo rapporto, abbia inciso di più la mia disgregazione o la sua. La mia, già allora, era una disciplina autoimposta: conoscere altre persone. Io ho sempre trovato molto difficile conoscere persone. Son timido. Così le conoscevo prevalentemente leggendone gli scritti, i libri insomma. Avevo già letto La versione di Barney. Lui l’aveva appena finito. La versione di Barney è uno dei libri più belli che ho letto. Lui mi raccontava gli aneddoti del libro con gli occhi che sprizzavano allegria. I suoi occhi sprizzanti e sprezzanti. Spiazzanti. Belli. Sto pensando a una seduta spiritica attorno a questo tavolo. La tazza di tè non c’entra: usavo il libro come sottopiatto. Evoco lo spirito di Piero con le mani congiunte sul libro (dopo aver finito il tè). Puf. Piero è qua. Aleggia...
Amici transpecifici
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Nonostante oramai sia anziano, nel mio intimo irrazionalmente ingenuo, resto identico a quand'ero bimbo. Quand'ero bimbo sognavo d'avere un mio animale, una forma inumana di vita che fosse votata a me, un amico transpecifico con cui, ingenuamente mi figuravo di intendersi. Non l'ho mai avuto. Per la verità mi è stato regalato un cucciolo di cane con cui ho convissuto diciott'anni, ma non conta essendo la Pirina, era femmina, un pezzo di me o meglio una mia estensione che quand'è morta mi ha lasciato monco. Così la mia sessantennale ricerca è continuata indefessa passando idealmente dai corvi alle lumache, dai parrocchetti alle macache ma, vuoi per un fattore etico, vuoi per un così ed un colà, mi sono ritrovato al dodicesimo lustro ancora privo del bramato mio animale. Per una serie di fattori che nulla c'azzeccano col covid, mi son trovato a curiosare tra argomenti che oscillano tra la geologia, la zoologia e la biologia e, 'gnurante quale sono, ho scop...
Farfallo
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Sono un farfallo, non sono uno scienziato. Quindi non mi si chieda: come mai? Sono come una farfalla però dell'altro genere. Sono cazzone così come si addice al genere mio. Così oggi, dopo essermi grattato il pacco, mi stiro le ali e mi appresto, in ghingheri ed al mio massimo splendore, a farmi una chiavata e poi morire. E mi sgorga una grassa risata pensando a voi umani che passate una vita facendo gli sboroni, arrabattandovi a mettere da parte chissà quali tesori per poi trovarvi, in una lunga agonia che dura anni, a convivere col vostro corpo che va in sfacelo, morendo, rimpiangendo quelle oramai antiche guzzate. Bando alle ciance, ho scorto un pupa (non in quel senso, mica son pedofilo), e quella sicuro non scappa. Dopodiché... orvuar.
La ciccatrice
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Così come i nativi d’America, anche lui aveva uno spirito guida: una macaca. Una Macaca Rhesus, una di quelle del fattore RH. Il suo spirito non aveva un nome: lui non le parlava, così come non parlava a sé stesso. Nel bagno aveva fissato una sbarra orizzontale, e ogni tanto ci si appendeva come una scimmia annoiata rinchiusa in una rete anche sopra, tipo zoo. La sua macaca era vecchia. Ciondolando alla sbarra, gli tornavano in mente le parole di suo nonno: l’è ’na sèmmia, è una scimmia, orgoglioso del modo in cui da bambino si arrampicava sugli alberi. Suo nonno era morto quando lui aveva poco più di cinque anni. La macaca era uno scarto di lavorazione. Era nata in laboratorio, dentro una gabbia di rete tipo zoo, e lì aveva passato tutta la vita: prelievi, tagli, suture. Quando lui la ricevette come anima, lei non era malata: nel laboratorio l’avevano conservata bene. Ma l’anima, quella, gliel’avevano consumata. E per questo fumavano entrambi: lei per il suo passato, lui per la...
Testudo ecarapaciata
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Si tratta di una sottospecie di sapiens, meglio di homo. Non conosce gli specchi. O meglio, li conosce e li utilizza ma quando si guarda, non si vede. Quando si vede allo specchio lo fa come quando ci si incanta con lo sguardo, fissando un punto. Di sé conosce per lo specchio qualche pelo o dente. Questo strano animale sembra un uomo ma non lo è. È una sottospecie. L' altra sera mentre cercava le mutande si è guardato nudo nello specchio ed ha pensato: più che una sottospecie sembro una specie differente; con tutte quelle pieghe della pelle sembro una tartaruga cui sia stato tolto il guscio. A ben vedere, ha pensato ultrasessantenne, ero così anche da piccolo, sembravo così, vecchio. Insomma per essere una Testudo ecarapaciata non mi son modificato tanto, come succede a i sapiens.
strada
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Questo nanetto nasce come un esperimento di scrittura. L'obiettivo è quello, con frasi prese a caso, di modificare il senso della parola "strada" in chi lo legge. Per ampliamento. Esperimento. Evidente è il cambiamento di significato che, ad un certo punto della Storia, ha subìto la strada. Non sono un paleoantropologo, ma penso sia facile immaginare che le prime strade fossero sentieri. Come tutti gli accidenti, i sentieri hanno un che di rivelatorio. Anche oggi, in qualsiasi parco, oltre a quelle idiotissime strade per pedoni, chiunque può scorgere un sentierino. A volte porta a un luogo di perdizione, talora a un buio cantuccio per espletare le funzioni espulsive, ma la maggior parte è prodotta da chi, economizzando energia, evita di attenersi al percorso indicato. Quindi, le prime strade erano sentieri. Non ci voleva un Seminole per capire dove la gente andasse; seguire la pista era facile. Ma andasse a fare cosa? In realtà non andasse , ma passasse di lì. P...
granello di polvere
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Da piccoli, alcuni bambini si incantano davanti all’oblò della lavatrice: il turbine dell’acqua, il frullare ipnotico, quel piccolo cosmo domestico che si attorciglia su se stesso. Leonardo, invece, fissava i gorghi dei fiumi. Non le pozzanghere di città, ma i vortici veri: quelli che risucchiano foglie e insetti e li restituiscono altrove, come se l’acqua possedesse una volontà indecifrabile. Leonardo era già adulto, ed è questo che mi colpisce: la sua attenzione aveva la gravità di chi sa che osservare non è mai innocente. Guardare è già agire, anche quando non sembra. A volte penso che, se fosse stato davvero così intelligente, Leonardo avrebbe inventato la lavatrice o qualcosa che unisse il suo sguardo alle mani, la contemplazione alla produzione. Ma no: lui guardava e basta. Ed era adulto. Quel punto non smette di pesarmi: la distanza tra un’osservazione che genera mondi e una che si consuma da sola, lasciando dietro di sé solo una cavità interiore. Io, invece, guardo i gatti di p...
granello di polvere
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Da piccoli, alcuni bambini si fermano ipnotizzati davanti all’oblò della lavatrice in centrifuga. Gli occhi seguono l’acqua che si torce, si contorce, si avvita su se stessa, come un piccolo universo liquido e rotante, dove ogni goccia ha la sua traiettoria, ogni riflesso ha la sua luce e ogni rumore ha una storia. Leonardo, invece, guardava i gorghi dei fiumi. Non i canali cittadini né le pozzanghere occasionali: i veri vortici naturali, quelli che nascono spontaneamente nell’acqua corrente, che inghiottono foglie, rametti, insetti e piccole creature ignare, per poi sputarle fuori in un luogo ignoto. Leonardo era adulto, e già allora la sua attenzione aveva lo spessore di chi sa che osservare non è mai neutro, che ogni osservazione produce conseguenze invisibili, sottili, eppure decisive. Se Leonardo fosse stato davvero così intelligente, se fosse stato capace di trasformare ogni sua contemplazione in un atto creativo, forse non avrebbe solo guardato le nuvole e i fiumi, forse a...