La ciccatrice
Così come i nativi d’America, anche lui aveva uno spirito guida: una macaca. Una Macaca Rhesus, una di quelle del fattore RH. Il suo spirito non aveva un nome: lui non le parlava, così come non parlava a sé stesso. Nel bagno aveva fissato una sbarra orizzontale, e ogni tanto ci si appendeva come una scimmia annoiata rinchiusa in una rete anche sopra, tipo zoo.
La sua macaca era vecchia. Ciondolando alla sbarra, gli tornavano in mente le parole di suo nonno: l’è ’na sèmmia, è una scimmia, orgoglioso del modo in cui da bambino si arrampicava sugli alberi. Suo nonno era morto quando lui aveva poco più di cinque anni.
La macaca era uno scarto di lavorazione. Era nata in laboratorio, dentro una gabbia di rete tipo zoo, e lì aveva passato tutta la vita: prelievi, tagli, suture. Quando lui la ricevette come anima, lei non era malata: nel laboratorio l’avevano conservata bene. Ma l’anima, quella, gliel’avevano consumata. E per questo fumavano entrambi: lei per il suo passato, lui per la propria anima macaca.
Non era mai stato un campione in niente, se non alle elementari e alle medie nell’arrampicata alla fune o alla pertica. Per lui era come camminare: lo stupiva vedere gli altri affannarsi. Quando saliva, gli si apriva un chakra, diceva. O forse non lo diceva nemmeno: lo sentiva e basta.
La scimmia aveva avuto un’infanzia difficile. Terribile a immaginarla: appena nata in gabbia, poi una vita di mani, aghi, ferite. Ma con lui, in suo onore, era rimasta attenta. Ogni tanto gli appariva, come quella mattina, mentre penzolava alla sbarra nel cesso.
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