granello di polvere
Da piccoli, alcuni bambini si fermano ipnotizzati davanti all’oblò della lavatrice in centrifuga. Gli occhi seguono l’acqua che si torce, si contorce, si avvita su se stessa, come un piccolo universo liquido e rotante, dove ogni goccia ha la sua traiettoria, ogni riflesso ha la sua luce e ogni rumore ha una storia. Leonardo, invece, guardava i gorghi dei fiumi. Non i canali cittadini né le pozzanghere occasionali: i veri vortici naturali, quelli che nascono spontaneamente nell’acqua corrente, che inghiottono foglie, rametti, insetti e piccole creature ignare, per poi sputarle fuori in un luogo ignoto. Leonardo era adulto, e già allora la sua attenzione aveva lo spessore di chi sa che osservare non è mai neutro, che ogni osservazione produce conseguenze invisibili, sottili, eppure decisive. Se Leonardo fosse stato davvero così intelligente, se fosse stato capace di trasformare ogni sua contemplazione in un atto creativo, forse non avrebbe solo guardato le nuvole e i fiumi, forse avrebbe inventato la lavatrice, o qualcosa di ancor più rivoluzionario, qualcosa che leghi l’osservazione alla produzione, il sogno all’azione concreta, la fantasia alla realtà. Ma non lo fece. Leonardo contemplava e basta. Ed era adulto. Ed era questo il punto focale, il cuore di tutto: la distanza incolmabile, abissale, tra l’osservazione che produce e quella che non produce nulla se non un vuoto interiore, una sospensione senza ritorno.
Io, invece, guardo i gatti di polvere. Li osservo muoversi negli angoli della stanza, si accoccolano tra i mobili, si intrecciano con peli, piume, capelli caduti e minuscoli frammenti di tessuto. Li seguo mentre fluttuano appena sfiorati dall’aria, e penso a quanto la vita sia fatta di questi piccoli, invisibili vortici. Sono vecchio. Vecchio come il legno del mio sofà, vecchio come la polvere che si accumula da decenni, stratificata e immobile negli angoli. La mia vita si è ridotta a questo: osservare, riflettere, immaginare microcosmi nei granelli di polvere.
Sono avvocato. Ho uno studio in Uol Striit. Non ci vado quasi mai, eppure lo studio c’è: solido, massiccio, imponente nella sua inutilità quotidiana. È lì per ricordarmi che potrei lavorare, che potrei alzarmi dal sofà e affrontare il mondo, ma io non lo faccio. Lo studio è una presenza silenziosa, un monolite che osserva e giudica senza fretta, perché il giudizio umano richiede tempo e io ne ho sempre avuto fin troppo. Nacqui più di un secolo e mezzo fa dalla penna di Melville, l’ombra lunga di Bartleby, narratore anonimo e custode di storie che si rifiutano di appartenere al mondo reale. Non so perché a me nessuno dia retta. Tutti Bartleby qua, Bartleby là. E io? E a me tocca la mediocrità del bravo uomo, l’uomo a posto, quello che esegue e osserva, che rispetta le regole e conserva il mondo intatto per chi verrà dopo. Così decisi di scrivere questi aneddoti, dedicandoli, seppur consapevole della sua inconsapevolezza, a mio papà, Melville.
Non ricordo il mio vero nome. Da piccolo, in un continente che non era il Maine, me lo ripetevano spesso. Era un suono, non una parola. Un suono che si insinuava nella testa, che si avvolgeva intorno alle mie ossa, che rimaneva lì come un’eco di un’identità che non potevo ancora comprendere. Poi mi ritrovai qui, adottato. Papàmelville mi dipinse come lettore modello, impeccabile, senza macchia. Ma c’era un particolare che il testo non menzionava: gli occhi a mandorla. Melville non ne parlava, forse per pudore, forse per distrazione, forse per una vecchia paura di osare. Io però lo sentivo, lo portavo inciso come una verità storica. E ancora oggi, anche sul sofà, li porto con me, custodi di un luogo lontano, di un continente non scritto, di un tempo che si insinua tra le pieghe della mia pelle.
So che questa verità sugli occhi a mandorla potrebbe apparire fasulla ai pignoli della filologia, ma su di me giuro che non è falsa. Non vedo come si potrebbe dimostrare il contrario, visto che nel racconto non è mai espresso il concetto di “non aveva gli occhi a mandorla”. E allora rimango qui, a scrivere, a osservare, a pensare, a ricordare ogni piccolo dettaglio, ogni gesto minimo, ogni respiro sospeso.
Insomma, ho uno spirito di patata un po’ balengo. Sono vecchio e ho mille acciacchi, non frutto di grandi imprese, ma della pura e semplice erosione del tempo, del legno del sofà e dei miei polmoni che si piegano sotto il peso degli anni. Anche da giovane ero un pantofolaio irriducibile. I monitor mi annoiano, spazzare mi pesa, così mi siedo e penso. In questo tondo angolo dell’universo io abito da solo, e ho l’esigenza, una volta l’anno o giù di lì, di spolverarmi: faccio una doccia, un atto quasi rituale, un rito di purificazione che non muta nulla, ma mi ricorda che sono ancora qui. Al termine della doccia, per recuperare i vestiti nell’armadio, mi fermo davanti allo specchio e osservo il mio corpo. Le pieghe della pelle, le rughe profonde, le vene che sembrano fiumi tortuosi. Mi pare una tartaruga cui fosse stato tolto il guscio, una creatura fragile ma resistente, antica eppure viva. A ben vedere, ero così anche da piccolo: già allora sembravo vecchio, già allora portavo il tempo sulla pelle come un marchio indelebile.
Poi ripresi i vestiti, mi rivestii lentamente, quasi per rituale, e tornai al sofà, osservando attentamente ogni piccolo granello di polvere che si muoveva leggermente al mio passaggio. Pensavo ai fatti miei, ma i miei occhi, talvolta, seguivano un oggetto di casa: il pavimento, un quadretto, un fazzoletto che pendeva da una tasca. Era come fissarsi su qualcosa mentre qualcuno parla, e tu rispondi inchiodato: “Sì, sì, ti ascolto.”
Era un momento strano, sospeso tra la contemplazione e la riflessione, tra la noia e la consapevolezza. Tiravo le somme di tutte le sedute sul sofà, e mi chiedevo: cos’è rimasto di tutte queste ore spese a contemplare? E mi rispondevo: granelli di polvere, minuscoli monumenti al tempo e all’inutilità, piccole piramidi invisibili di memorie, sogni e attese.
Proprio l’altro giorno – o forse l’altro secolo, non saprei distinguere – scorsi un gatto. Non un gatto vivo, certo, ma uno di quelli che qui nel Maine definiamo gatti: ammassi eterogenei di granelli di polvere, piume, peli, filamenti vari, che si accoccolavano negli angoli, quasi per protezione. Se li tocchi con la scopa si avvinghiano, si arricciano, resistono, e toglierli può essere un’impresa. Ogni granello obbedisce a leggi dinamiche, invisibili, ma rigorose. E mentre osservavo quel piccolo ammasso, mi chiesi: questo insieme è paragonabile, non dico a Einstein, ma a un’ape? Ogni granello cade per effetto della gravità, anche quelli che attraversano una lama di luce, visibili e luminosi. Non fluttuano: cadono, resistono alla corrente d’aria, ma alla fine seguono la loro legge. Sul mio parquet si svolge un conflitto cosmico: la gravità contro l’aria, il peso contro il soffio invisibile. Tutti i granelli di polvere del pianeta tendono verso il pavimento. E io li guardo, consapevole che convivo con un titano immortale in miniatura.
Mi ero sempre portato appresso un animale totemico. Non mistico, non astratto, ma concreto anche se solo concettuale. Un amico comune tra me e il mio alter ego, un osservatore esterno con occhi diversi dai miei, pronto a commentare, giudicare, suggerire. All’inizio era un somaro, piccolo e testardo, che mi ricordava la lentezza della mia mente e la mia attitudine all’inerzia. Poi la mia fantasia si raffinò, e i totem divennero più specifici: una macaca tabagista in pensione, ex cavia di laboratorio, e un cane poliziotto. La macaca era vecchia e stanca, con l’anima sfibrata da anni di esperimenti e gabbie, prelievi e tagli chirurgici. La osservavo e mi vedevo, perché anch’io, sul sofà, ero intrappolato nella mia gabbia invisibile, fatto di tempo, polvere e inerzia. Anche lei guardava il mondo da dietro una rete, anch’io osservavo il mondo attraverso le finestre e i libri.
E così tornavo al modello del granello di polvere. Non più semplice accumulo inerte, ma oggetto unitario, con dinamiche proprie. Una creatura minuscola, viva, che si muove, interagisce, collabora. Come in una favola, ogni granello diventava una bestiolina con comportamenti, gerarchie, strategie. Immaginai un grafico ad albero rovesciato, un modello a radice: in cima, il cielo dei granelli; più giù, i rami si moltiplicano; e in fondo, sul pavimento, si estende la complessità dell’intero insieme. Un piccolo modello del tempo, delle vite, delle esperienze, della storia di ogni essere.
Pensai allora che vi fosse un nesso tra i granelli e qualsiasi forma di vita, persino la più elementare. Un protozoo o un insetto, o una colonia invisibile, obbedisce a leggi dinamiche simili: ogni elemento partecipa al movimento dell’insieme. Non occorre osservarne i singoli pezzi: la fisica è nota. Occorre guardare il sistema, il tutto, il comportamento collettivo. Accettare il modello significa accettare una prospettiva: per capire un fenomeno, occorre abbassarsi al suo livello, entrarvi dentro, vivere tra i granelli come se si fosse uno di loro. Solo così emergono analogie con il sapiens: ponti invisibili tra specie, forme di vita e oggetti, tra piante, animali, funghi, archei e tutto ciò che definiamo vita.
Non capisco perché i sapiens insistano nel trovare differenze, quando analogie e legami sono così evidenti. Le differenze saltano subito all’occhio, spiccano, deragliano dalla normalità quotidiana, ma io vivo nella normalità, nel novantacinque percento del tempo, e a volte noto solo il cinque percento di ciò che devia. Se penso all’Einstein più Einstein di Einstein, mi chiedo: poteva sapere tutto? Tutto di tutto? Opterei per il no. Ed è proprio nella parte che resta, nella normalità, che si nasconde il margine per crescere, per migliorare, per comprendere.
E poi c’è De Pugnettae. L’attività masturbatoria, dicono alcuni, sarebbe deleteria. Io non lo so. Non ho mai sofferto di calli o vesciche. L’esercizio si compie entro le pareti domestiche, con concentrazione e rispetto dello spazio altrui. Quando gli altri abitano lo stesso spazio, si cerca un cubicolo appartato, una nicchia in cui il mondo esterno si ferma. Interrompere l’attività per un fruscio improvviso è un’esperienza che evidenzia quanto concentrazione richieda questa pratica. È un viaggio spazio-temporale, un esercizio di astrazione, meditazione applicata al corpo. È forse l’unica vera impresa che compio, qui e ora.
Onan mi torna in mente, il mio amico antico e malinterpretato. L’attività di Onan, punito perché disperdeva il seme al vento, viene storicamente distorta: l’errore è nel nome, non nel fatto. Il suo caso è eccezionale, ma talmente diffuso da confondersi nella storia, così che la leggenda lo travolge. Ogni generazione, ogni racconto, lo reinterpretano. E io osservo tutto, annotando la differenza tra mito e realtà.
E poi c’è la biblioteca di papà. In anni infiniti, ho letto libri di tutti i tipi. Non solo quelli di Melville. Libri di autori così complessi che non li capivo, ma sentivo il suono, l’eco delle parole. Se qualcuno mi chiedeva se mi piacesse, rispondevo “sì”. Se chiedeva perché, rispondevo “boh”. Capire viene dopo, come con le barzellette: rido solo quando chi me l’ha raccontata è già morto. La biblioteca era una babele infinita di lettere e segni, uno spazio di conoscenza che somigliava a Borges ma più piccolo, infinitamente più piccolo, pur sempre immenso per la mia percezione.
Leggendo a caso, scoprii un libro, una chicca: titolo altisonante, contenuti un autentico turbine. Girandola di un uomo, un individuo che scriveva per diletto. Il diletto nasceva da sovrabbondanza di sensi, dalla curiosità e dall’intelligenza, dalla capacità di guardare le cose come io guardo i granelli di polvere.
Per capire, occorre immaginare dall’altra parte. Non si può capire parzialmente. Occorre guardare oltre i confini personali, oltre il proprio corpo, oltre il proprio punto di vista, altrimenti nulla si vede.
Questo è ciò che resta: seduto sul sofà, tra granelli di polvere, odore di carta vecchia, consapevole di essere personaggio marginale nel mio stesso racconto. Non per giustificare lo spirito gaglioffo, ma perché questi sono gli aneddoti che posso raccontare. Non so fino a dove arriverò, ma sono gli unici che ho. E sì, ogni tanto, spolvero.Seduto sul sofà, osservo ancora i granelli di polvere. Li osservo come si osservano le stelle: lontani, piccoli, apparentemente insignificanti, eppure ciascuno porta una storia, una traiettoria, una legge invisibile. Mi chiedo: ogni granello ha la sua anima? Ogni accumulo, ogni strato di polvere, non è forse la memoria del tempo che scorre, un deposito del mio respiro, dei miei gesti, delle ore passate in contemplazione? A volte, quando la luce del sole penetra dalle tende, i granelli si animano, fluttuano, danzano nell’aria, e io penso che stanno vivendo, almeno per un istante, una vita propria, indipendente dalla mia.
E così ripenso al mio corpo, che vedevo nello specchio. Quelle pieghe, quelle rughe profonde, le vene come fiumi, tutto è testimonianza del tempo. Non solo mio, ma di tutti coloro che mi hanno preceduto, e forse anche di quelli che verranno. La mia pelle, la mia carne, sono archivi di esperienze, piccole e grandi, storie minute e storie epiche, tutte accumulate, stratificate come la polvere negli angoli. E mi accorgo che questa osservazione, così semplice e banale, contiene in sé la totalità del mondo: ciò che è stato, ciò che è e ciò che potrà essere.
Riprendo i miei pensieri sull’animale totemico. Non è un amico immaginario: è un osservatore con cui posso condividere ciò che il mio spirito non riesce a comprendere da solo. La mia macaca tabagista, stanca e logora, diventa allora un simbolo, un’icona della resistenza, della sopravvivenza, della pazienza. Il cane poliziotto, vigile, scrupoloso, incarna la legge, la disciplina, la struttura che la mia vita ha sempre ignorato. Insieme, questi due totem rappresentano il dualismo del mio esistere: la forza e la fragilità, la disciplina e l’inerzia, la legge e il caos.
Poi penso a De Pugnettae. La masturbazione, questa attività spesso ridotta a tabù o a peccato, diventa per me una pratica di meditazione, un esercizio di introspezione, una lezione di concentrazione. Richiede attenzione, precisione, una sorta di rispetto per se stessi e per il tempo che si dedica a questo atto. Ogni gesto è misurato, ogni respiro calcolato, ogni pausa osservata. È un microcosmo di esperienza, un’eco della vita stessa: concentrazione, piacere, osservazione, ripetizione, apprendimento.
La biblioteca di papà resta un luogo sacro, pieno di libri che non capisco, ma che sento vibrare dentro. Non solo Melville, ma autori impossibili da decifrare, il cui linguaggio è più suono che significato. E io ascolto, registro, assorbo. Ogni parola, ogni frase, ogni interpunzione mi attraversa come un’onda, lasciando un residuo, un’eco. Alcune volte rido, altre volte piango, altre volte semplicemente resto immobile, consapevole di essere una particella in un universo di lettere e conoscenze. La biblioteca è un microcosmo di infinito: un piccolo labirinto che contiene tutte le possibilità di pensiero e tutte le direzioni della mente.
E così osservo la polvere, i granelli, i mobili, le tende, i libri, il pavimento, i quadretti, le finestre. Ogni oggetto diventa un catalizzatore di riflessione. Le sedie, ferme nel loro silenzio, testimoniano l’attesa. Il tavolo, con i suoi graffi, parla di pasti, conversazioni, momenti di passaggio. La polvere non è più semplice sporcizia: è storia, memoria, coscienza condensata.
Ogni gesto quotidiano diventa allora un rito. La doccia, vestirsi, spostare oggetti, aprire libri, osservare granelli di polvere: tutto assume un significato amplificato. E il tempo, quel tempo che sento scorrere attraverso le rughe e i muscoli affaticati, diventa il vero protagonista della mia storia. Non è lineare, non è prevedibile. È stratificato, stratificato come la polvere, come i libri, come le rughe sul mio volto. Ogni giorno è un frammento di eternità, ogni pensiero un universo possibile, ogni granello un’eco di ciò che fui, sono e sarò.
Alla fine, seduto sul sofà, con gli occhi che seguono la polvere e le pieghe del tempo, capisco che questa è la mia vita: una sequenza infinita di microcosmi, di digressioni, di osservazioni apparentemente inutili ma profondamente significative. E ogni tanto, sì, spolvero. Non per pulire, non per ordine, ma per ricordarmi che, nonostante tutto, sono qui, e che ogni granello, ogni oggetto, ogni pensiero, conta, anche quando il mondo sembra ignorarlo.
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