granello di polvere

Da piccoli, alcuni bambini si incantano davanti all’oblò della lavatrice: il turbine dell’acqua, il frullare ipnotico, quel piccolo cosmo domestico che si attorciglia su se stesso. Leonardo, invece, fissava i gorghi dei fiumi. Non le pozzanghere di città, ma i vortici veri: quelli che risucchiano foglie e insetti e li restituiscono altrove, come se l’acqua possedesse una volontà indecifrabile. Leonardo era già adulto, ed è questo che mi colpisce: la sua attenzione aveva la gravità di chi sa che osservare non è mai innocente. Guardare è già agire, anche quando non sembra.

A volte penso che, se fosse stato davvero così intelligente, Leonardo avrebbe inventato la lavatrice o qualcosa che unisse il suo sguardo alle mani, la contemplazione alla produzione. Ma no: lui guardava e basta. Ed era adulto. Quel punto non smette di pesarmi: la distanza tra un’osservazione che genera mondi e una che si consuma da sola, lasciando dietro di sé solo una cavità interiore.

Io, invece, guardo i gatti di polvere.


Li vedo negli angoli: ammassi fluttuanti di peli, piume, filamenti e vita microrganica. Sono vecchio – vecchio quanto il legno del mio sofà, quanto la polvere che mi ha accompagnato per decenni – e la mia vita si è ristretta in questo gesto: osservare la materia minima mentre cambia forma e traiettoria.


Sono avvocato. Ho uno studio in Uol Striit. Non ci vado quasi mai. È lì, solido e inutile come una lapide prematura: mi ricorda che potrei fare qualcosa, che potrei presentarmi al mondo. Non lo faccio. Lascio che lo studio mi giudichi da lontano, con la calma del granito.


Nacqui dalla penna di Melville più di un secolo e mezzo fa. Sono un’ombra laterale di Bartleby: il narratore senza nome, quello che osserva, racconta, archivia, ma non diventa mai protagonista. Eppure, a me nessuno dice niente. Tutti dietro a Bartleby, come se io non avessi mai avuto un’esistenza mia. Così ho deciso di scrivere questi aneddoti. Un omaggio a mio padre – papàmelville – consapevole che lui nemmeno sapesse di avermi generato così.


Non ricordo il mio vero nome. Da bambino, in un continente che non era il Maine, me lo sussurravano come un suono più che una parola. Quando Melville mi adottò, omise un dettaglio: gli occhi a mandorla. Non li nomina il testo, ed è proprio per questo che nessuno può negarmeli. Io li porto ancora, qui sul sofà, come una cicatrice geografica.

Il fatto è che ho uno spirito di patata un po’ balengo. Non mi sono mai distinto per imprese titaniche: è stato il tempo a lavorarmi, a scavare nella mia pelle pieghe e vene come fiumi in secca. Anche da giovane ero un pantofolaio convinto: i monitor mi annoiano, le scope mi pesano. Mi siedo e penso. Una volta l’anno, come rito, mi spolvero: faccio una doccia. Poi, nudo davanti allo specchio, vedo una tartaruga senza guscio. Fragile e antica. E mi riconosco.


Torno al sofà, ai miei granelli che cadono e resistono, che combattono con la corrente d’aria come piccole divinità stanche. Li guardo cadere attraversando lame di luce – visibili per un attimo e poi di nuovo anonimi. Penso che ogni granello sia parte di un sistema: non serve studiare il singolo, basta entrare nel tutto, farsi granello tra i granelli. È così che nascono le analogie con la vita intera: i protozoi, gli insetti, gli uomini, le polveri. Tutto vibra secondo leggi simili. Non capisco perché continuiamo a fissarci sulle differenze quando le somiglianze gridano più forte.


Poi c’è l’animale totemico. Prima un somaro, poi una macaca tabagista ex cavia, poi un cane poliziotto. Due estremi: la fragilità stanca e la disciplina inflessibile. Io sto nel mezzo, come sempre: una forma di inerzia lucida. Mi guardano, mi giudicano, mi tengono compagnia nel mio immobilismo.


E poi c’è De Pugnettae. Dicono che la masturbazione faccia male. Io non lo so. So solo che è l’unico gesto che compio con vera concentrazione. Una meditazione del corpo. Una parentesi dello spazio-tempo. Onan, poveretto, è stato frainteso per millenni. Io no: io so esattamente cosa sto facendo, e perché.


La biblioteca di papà è un continente verticale. Ho letto libri che non capivo ma ascoltavo, come si ascolta un temporale: il suono prima del senso. Quando mi chiedevano se mi piacevano, dicevo sì. Quando mi chiedevano perché, rispondevo boh. Capire arriva sempre dopo, a volte quando chi te l’ha spiegato è già morto da un pezzo.


E allora resto qui, seduto sul sofà. Guardo la polvere come si guardano le stelle: piccoli corpi in movimento, ognuno con la propria storia e la propria legge. Guardo le rughe sul mio corpo come fossero percorsi geologici. Guardo i mobili, le tende, i libri, il pavimento: tutto parla, tutto registra.


La doccia, vestirsi, sfiorare un fazzoletto che pende da una tasca: ogni cosa diventa un rito, una microcerimonia del tempo. Il tempo, in fondo, è la mia vera materia: non lineare, non gentile, così stratificato da sembrare polvere viva.


Alla fine, questa è la mia vita: un susseguirsi di microcosmi osservati troppo da vicino. Un universo di dettagli minimi che nessuno vede, ma che io considero tutto. E sì: ogni tanto spolvero. Non per ordine, ma per ricordare che, in mezzo a tutta questa polvere, ci sono anch’io.

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