sette d due
L'orologio me le indica puntuale come al solito. Sono le sette e due (forse le diciannove e due ma non l'ho mai capito). Fatto sta che tutte le volte che mi ritrovo lì, l'ora è sempre quella. Come in un esercizio zen la mia giornata sembra ruotare attorno a questa ora. Per quanto mi succeda, ritardi o sbagli, riesco sempre ad arrivare stremato al suo cospetto alle sette e due. Più che la mia giornata sono le mie settimane, i miei mesi ed anni e insomma: la mia vita (da un po'). Mi dico, tra me e me, che un punto fermo, almeno uno, bisogna pure averlo. Ed io ce l'ho. È l'orologio di quel campanile che mi annuncia, assieme all'ora, che la città è vicina e che la mia fatica sta per concludersi. E allora faccio un checkup di come va o meglio, come sto. Controllo il fiato o il cuore. Si trova infatti il campanile su una rotta che scelgo spesso per far dei giri in bici e a piedi così che il veder quell'orologio, per me che non ne porto, mi conforta doppiamente: per la prossimità alla meta e per l'ora che fa: le sette e due. Solo una cosa potrebbe far succedere che quell'orologio scoccasse un'ora differente e questa cosa non dipende da me. E questa cosa è che qualcuno ripari l'orologio privandomi così del mio punto fisso.
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