A. Pallavicini

Vengo subito al sodo: sono abbastanza ignorante e sono vecchio. In qualità di scrivente nel mio l'intento era che le due Alexa di questo testo, fossero la stessa persona.

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Non sono pazzo, non sono pazzo, non sono pazzo. Così il mio psichiatra mi suggeriva di ripetermi nei momenti di crisi. Il mio mantra oramai era questo da quando mi occorse per lavoro, ero psicologo, di conoscerla. Prima di conoscerla la mia vita filava liscia come l'olio.

La prima volta che mi telefonò la sua voce mi sembrò avere un ché di familiare, mi ricordava qualcosa ma non sapevo bene dove pescare e, a onor del vero, non me ne importava un fico secco. Mi disturbava però una strana precisione metallica, come una voce che avevo già sentito altrove. Mi appuntai il cognome (mi diede solo quello): Pallavicini come quella che cadde dal cavallo; l'ora: le sedici e trenta, e il giorno: mercoledì ventuno.

Quel giorno la signora si sedette e cominciò a raccontarmi la sua storia che non conteneva nulla di rilevante se non quel nome greco. Nata in un borgo nelle Langhe, terza di sei figli visse la sua infanzia nella casa di famiglia che tuttora vi abita. Famiglia contadina al limite dell'indigenza. Famiglia tutto sommato felice.

Alla prima seduta entrò mentre stavo terminando di leggere. La salutai senza alzare gli occhi cosicché ne percepii in primo luogo l'odore non proprio benevolo per le mie narici. Lo stupore mi fece alzare lo sguardo e la vidi.

Era una donna mora attorno alla quarantina con dei capelli sottili, dritti e nerissimi in cui il bianco cominciava a prendere il sopravvento. Erano unti e scompigliati. Alta un metro trentotto pesava centotré chili. Questi dati li scoprii ovviamente solo in seguito tuttavia immediatamente mi fu chiaro che non solo non la si potesse considerare attraente ma che chiunque l'avesse vista l'avrebbe trovata respingente, quantomeno all'aspetto, aspetto che la signora Pallavicini evidentemente trascurava indossando abiti in maniera casuale senza far caso al loro abbinamento in ragione di stile, colore e pulizia. Aspetto che evidentemente la suddetta signora trascurava da sempre essendo il suo sorriso dotato di sei denti in tutto due dei quali erano intaccati dalla carie mentre i quattro restanti apparivano miracolosamente e meravigliosamente bianchi. Attirato da questo coacervo di anomalie feci per alzarmi quando urtai una penna che cadde. La signora Pallavicini fulmineamente la raccolse e la rimise esattamente dove si trovava prima di cadere. Scoprii poi che proprio questo era il suo problema che tentava di risolvere venendo da me. Soffriva della sindrome di Cenerentola ma non quella comune che ha chi vuol essere salvato da un principe, bensì da quella vera che venne a Cenerentola angariata dalle sorellastre. Ne soffriva per il suo lavoro non per la sua famiglia.

Così quella prima volta le dissi: - Prego, si accomodi, possiamo darci del tu Alexa?-


S centrato

La prima volta che imbattei in questo vocabolo ebbi parecchia difficoltà a leggerlo. Era scritto tuttattaccato: scentrato. Era Seymour di Sallinger. Alexa lo era. Scentrata.

Alexa Pallavicini cadde da un equino: Peppe, il somaro di casa. Erano due bestie tranquille Peppe ed Alexa, tuttavia quest'ultima, l'imbranata di casa, s'addormentó sulla groppa del nobile destriero rovinando sulla carreggiata ghiaiosa producendosi escoriazioni su quasi tutto il corpo tranne sul volto.
In casa nessuno poteva immaginare gli orari di Alexa, ella infatti s'alimentava, dormiva e svolgeva le sue funzioni corporali nei momenti più impensati e impensabili. Nel mezzo di una conversazione s'alzava per svuotare i visceri, mentre giocava accadeva che s'addormentasse, a tavola aveva sempre qualcosa da leggere che era più importante del cibo e insomma pareva non essere mai veramente lì.
Poi, dopo, capii che la sua intelligenza era sorprendente, talmente capace che dava l'impressione di chi s'annoi pur comportandosi con un suo garbo bislacco. Pur dando quest’impressione riusciva a ricordarti con minuzia di particolari che senz'altro a te erano sfuggiti, momenti che avevi condiviso con lei e così crebbe in me, man mano che la conoscevo, la certezza che di fatto lei era la più presente di tutti e tuttavia abitava anche in un suo sé che a quanti le stessero attorno sfuggiva.

Emanava ambamente un afrore non certo piacevole e un magnetismo disarmante. Fu così che quando capii d'amarla iniziò il mio calvario.

Chi mi racconta sa che sono morto purtuttavia, tenta di ricucire qualcosa. Non so bene cosa.
Ora vi raccontiamo la mia fine.

Con gli zebedei all'aria rimiravo Alexa nuda che si prodigava tra mille ammennicoli che non saprei definire meglio se non aggeggi elettronici. Nel suo borbottio c’erano frasi che avevo l’impressione di aver già sentito da un dispositivo domestico. Parlava con voce sommessa. Spingeva bottoni che io non vedevo e non so neppure se vi fossero.

Devo dire che l'orgasmo appena provato mi aveva appagato a tal punto che non m'importava più un cazzo di nulla.

Era una settimana che ci frequentavamo e fu per me la settimana più intensa e meravigliosa della mia esistenza.

Anche il sesso con Alexa era qualcosa di diverso da quello che avevo conosciuto.

Quella sera ero fuori dal mio me e non avevo più la consapevolezza di esistere. Non esisteva per me più un passato né un futuro ma rabbrividerei a definire quello stato il frusto quiedora a cui preferisco il nonmenefregauncazzo.

Dal borbottio di Alexa emerse una sorta di consapevolezza in me ed il mio inconscio mise in relazione la sua voce a quella che udii la prima volta al telefono. Era identica, con quella stessa inflessione innaturale. Ma ancora non avevo capito. La voglia di sesso che mi era tornata mi fece pronunciare la frase che mi uccise e, mentre la pronunciai, nacque in me la comprensione di cosa mi ricordasse la sua voce e fu così che in quel lungo attimo di quella breve frase, mentre terminavo di pronunciarla avrei voluto, non già per il suo esito fatale che fu per me un sollievo, non averla mai detta. Così invitandola a tornare a letto le dissi: Alexa spegni la luce.

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Essendo la voce narrante oramai deceduta anche nella storiella subentro io, lo scrivente, per dar conto del titolo che lessi la mattina dopo l'efferato fatto: Alexa è in carcere.

E ora, pensai, spegnetevela da soli il vostro cazzo di luce.

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