Partiamo da un'osservazione: la linguistica di scuola strutturale ha costruito i suoi oggetti – fonema, sillaba, morfema – su una base empirica che è in larga parte quella delle lingue indoeuropee. In quel quadro la sillaba è un'unità fonotattica, un aggregato di suoni organizzato intorno a un nucleo vocalico, e sta prima del significato. La distinzione tra livello fonico (privo di senso) e livello semantico (dotato di senso) è il fondamento della doppia articolazione del linguaggio.
Quando si sposta l'attenzione su una lingua tipologicamente lontana come il cinese mandarino, quel modello mostra dei limiti. In cinese la sillaba ha una struttura rigida, il tono è parte integrante della sua identità fonologica, e soprattutto la sillaba tende a coincidere con un morfema e spesso con una parola. Non è un mattone che aspetta di essere combinato: è già una unità portatrice di significato. La differenza può essere espressa in termini di densità semiotica: la stessa estensione fonica occupa piani diversi della gerarchia linguistica a seconda della lingua. In italiano i piani sono separati, in cinese collassano.
Fin qui si tratta di tipologia linguistica, un dato descrittivo. Il passo successivo viene dalle neuroscienze. Alcune ricerche sperimentali suggeriscono che il cervello attiva reti semantiche già durante l'elaborazione della sillaba, prima che la parola sia completamente udita. Il significato non arriva alla fine, dopo che i pezzi sono stati assemblati: è anticipato, previsto, co-presente fin dalle prime porzioni del segnale acustico. Se questo è vero, allora la separazione netta tra livello fonico e livello semantico non è un dato neurologico, ma una convenzione analitica. È un modo di descrivere il linguaggio che abbiamo ereditato dalla tradizione, ma che non corrisponde al modo in cui il cervello effettivamente lavora.
Da qui si può azzardare una supposizione: il cinese, con la sua sillaba che è già morfema, non è un'eccezione esotica, ma una lingua trasparente rispetto a un meccanismo cognitivo universale. La trasparenza sta nel fatto che in cinese la coincidenza tra unità fonica e unità semantica rende visibile ciò che in tutte le lingue avviene a livello neurale: il significato è attivato precocemente, e la separazione in livelli distinti è un artefatto. L'eccezione sarebbero invece le lingue indoeuropee, dove la struttura ha reso opaco questo legame, e la tradizione descrittiva lo ha ulteriormente nascosto.
A questo punto la riflessione si allarga. Questo meccanismo neurale non è però disincarnato: è la traduzione biologica di un'esperienza sensoriale più ampia. Se il significato è anticipato, da dove viene? Non può venire solo dai suoni, perché i suoni in sé sono soltanto variazioni di pressione dell'aria. L'ipotesi è che venga dall'esperienza corporea, dall'integrazione di tutti i sensi. I cinque sensi non lavorano separati: nel vissuto percettivo sono fusi in un'unica esperienza del mondo. La separazione dei canali sensoriali non è il punto di partenza dello sviluppo percettivo, ma il risultato di una lunga elaborazione culturale — la scrittura alfabetica, l'educazione analitica, la concettualizzazione scientifica ci hanno insegnato a isolarli, a nominarli, a contarli. L'unità sensoriale originaria non è una fase che si supera: è il substrato che rimane sotto la specializzazione.
Il linguaggio parlato, quando emerge, non si aggiunge dall'esterno a un mondo già diviso in sensi distinti. È piuttosto il modo in cui quell'unità sensoriale originaria si articola in suoni. I suoni della lingua non sono puri fenomeni uditivi: sono intrisi di esperienze tattili, visive, motorie, affettive. La bocca che si chiude e si apre, il respiro, la vibrazione delle corde vocali, la vista del volto di chi parla, il contesto spaziale, tutto questo partecipa al costituirsi del significato. La sillaba, in qualsiasi lingua, è un nodo in cui convergono queste molteplici dimensioni. La differenza tra lingue sta nel grado in cui la struttura linguistica lascia trasparire questa complessità.
La nostra idea di linguaggio, modellata sulle lingue indoeuropee e sulla tradizione grammaticale che le ha descritte, ha enfatizzato la dimensione combinatoria e astratta, separando nettamente il suono dal significato e il linguaggio dagli altri sensi. Questa enfasi ha prodotto una concezione specializzata, utile per certi scopi analitici, ma che rischia di farci perdere di vista il fondamento incarnato e sinestetico da cui il linguaggio emerge. Le neuroscienze e lo studio tipologico di lingue come il cinese offrono indizi che quel fondamento è universale e che la nostra specializzazione potrebbe essere, sotto alcuni aspetti, una limitazione.
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