**"L'uomo ghignante" di J.D. Salinger: una proposta di lettura**
L'ipotesi interpretativa che segue prende le mosse da un dato cronologico interno al racconto: il narratore, nell'atto di scrivere, ha la stessa età che il Capo aveva nell'estate del 1928. Questa coincidenza non è accessoria ma strutturale. Essa trasforma il ricordo in uno specchio: il narratore non guarda al passato con la distanza del rimpianto, ma con la prossimità di chi si trova nella medesima fase della vita. La domanda implicita che attraversa il testo diventa allora: "Io, ora che ho la sua età, saprei gestire il dolore meglio di lui, o anch'io, quando la vita mi ferirà, distruggerò ciò che amo?".
Su questa base si innesta una precisa architettura temporale. Salinger costruisce il racconto su due piani opposti e compresenti: il tempo ciclico dell'infanzia, quello delle estati infinite e delle storie a puntate, e il tempo lineare dell'età adulta, introdotto da Mary Hudson come un cuneo che porta con sé conseguenze irreversibili. La voce narrante si colloca esattamente nel punto di sutura tra questi due tempi: da bambino ha vissuto gli eventi, da adulto li trascrive. Ogni inciso ironico, ogni commento che eccede la prospettiva infantile, è la traccia di questa doppia appartenenza.
Un dato biografico dell'autore illumina ulteriormente il testo. Quando Salinger scrive "L'uomo ghignante", ha già alle spalle l'esperienza della Seconda guerra mondiale: lo sbarco in Normandia, la battaglia delle Ardenne, la liberazione di un campo di concentramento, un esaurimento nervoso. È un reduce. La categoria del reduce è qui decisiva: i morti si contano e si celebrano, ma i vivi che tornano portano con sé un carico che la società civile fatica a elaborare. Ebbene, la catena dei narratori salingeriani – il sergente X di *Per Esmé*, Buddy Glass, il narratore dei Comanches – è una catena di reduci. Non reduci di guerra in senso stretto, ma reduci dell'infanzia, dell'innocenza, della speranza. Scrivono perché la scrittura è l'unica trincea possibile, l'unico modo per contenere l'irreparabile senza esserne travolti.
I personaggi del racconto sono costruiti all'insegna della vulnerabilità, non dell'esemplarità. Il narratore accompagna il lettore senza giudizio. Il Capo possiede il dono delle storie ma anche il volto bianco di chi soffre senza spiegarsi. Mary Hudson è l'elemento che introduce il disordine, ma non è odiabile perché la sua umanità è riconoscibile. L'Uomo Ghignante, puro e deforme, muore perché il suo creatore non regge il dolore. La loro presa sul lettore deriva proprio da questa fragilità condivisa.
L'immagine conclusiva – il pezzo di carta rossa incastrato nell'albero – funge da sigillo dell'intero congegno. È ciò che resta della finzione quando la finzione cessa. Il narratore prova davanti a quel residuo un brivido che non sa nominare, ma il lettore è posto nella condizione di vedere più chiaramente: quel frammento è la scrittura stessa, materia che continua a pulsare indipendentemente dalla memoria. In esso si depositano tutti i piani temporali del racconto.
Infine, l'ironia. Salinger è uno scrittore reduce, eppure i suoi testi sono attraversati da un riso sottile, da battute, da leggerezze. L'ironia, nella sua radice latina *divertere*, significa "volgere altrove". Essa costituisce un movimento di fuga dall'abisso, una deviazione che permette di guardare l'orrore senza esserne risucchiati. Non è evasione, ma strategia di sopravvivenza: l'unico modo per restare vivi è, di tanto in tanto, distogliere lo sguardo.
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