Proviamo a tessere un discorso unico, come un filo che segue il pensiero senza spezzarsi in conclusioni.


Forse il primo equivoco da sciogliere è proprio nella domanda: “Le persone hanno due occhi e le mosche mille”. Noi contiamo per opposizioni, per simmetrie: due occhi, due mani, un dentro e un fuori. La mosca, invece, abita un’altra aritmetica. I suoi mille occhi non sono mille nel senso in cui intendiamo mille granelli di sabbia, ma sono mille nel senso di una trama, di una tessitura. E allora il punto non è tanto la quantità, ma la natura di questa frammentazione. Il nostro occhio è una sfera liquida, una macchina da presa che mette a fuoco un punto alla volta, che sceglie un dettaglio e sfuma il resto, che costruisce una scena con un centro e una periferia. L’occhio composto della mosca non sceglie: è un mosaico di migliaia di piccoli coni, ognuno dei quali cattura un frammento minuscolo e immobile del mondo, un pixel. La mosca non “vede” nel senso in cui noi intendiamo il verbo vedere: lei vive in un universo di punti che il suo cervello deve ricomporre in movimento, perché è solo il movimento che dà senso al frullio di quei pixel. Noi vediamo l’oggetto fermo, loro vedono il tempo che scorre tra un punto e l’altro.


Poi arriva il ciclope. Lui è un’eccezione che conferma la regola della simmetria. Un occhio solo al centro della fronte non è solo una riduzione numerica, ma uno spostamento dell’asse del mondo. Noi, con due occhi, abbiamo la parallasse, la profondità, la distanza tra le cose. Con un occhio solo, il mondo si appiattisce un poco, diventa una scena dipinta. Ma per il ciclope, quel piccolo crostaceo che nuota nelle pozzanghere, l’unico occhio non è una mancanza, è una lente concentrata su un compito preciso: forse sopravvivere in una bolla di mondo così piccola che la profondità sarebbe uno spreco.


Ma è quando si supera il due che la biologia diventa quasi un esercizio di logica surreale. Prendiamo i ragni: otto occhi disposti come le gemme di un anello. Perché otto? Perché due guardano avanti per catturare la preda, due guardano ai lati per il pericolo, due forse guardano indietro, e due guardano in alto. L’occhio non serve più a vedere una cosa sola, ma a sorvegliare la totalità dello spazio. Il ragno è un recluso che tesse una ragnatela e deve sapere tutto ciò che accade nel suo dominio senza mai voltarsi. È come se la natura avesse deciso che, per certi mestieri, la rotazione del collo non bastasse: bisogna avere lo sguardo già distribuito.


Poi c'è il paradosso del pesce Anableps. Quattro occhi? No, sono due occhi, ma tagliati a metà da una linea di galleggiamento. La metà superiore scruta l'aria, la metà inferiore scruta l'acqua. Qui il numero si confonde con la funzione: l'occhio non è più un organo unitario, ma diventa una soglia, un punto di contatto tra due elementi. Il pesce vive sulla pellicola che separa il cielo dall'acqua, e i suoi occhi sono costretti a fare i conti con questa doppia appartenenza. La natura non gli ha dato quattro occhi, ma ha chiesto ai due che aveva di farsi in quattro, letteralmente.


E torniamo agli insetti, alla mosca con cui siamo partiti. Dicevamo che ha due occhi composti, ma poi scopriamo che sulla testa ha anche tre piccoli occhi semplici, gli ocelli, che non vedono forme ma solo luce e buio. Quindi in realtà ne ha cinque. Perché tre in più, così piccoli, quasi invisibili? Perché quando voli, quando sei una scheggia impazzita nell'aria, hai bisogno di un senso dell'orizzonte assoluto, di un riferimento che non ti dica "quella è una foglia", ma ti dica "quello è l'alto, quello è il basso". I grandi occhi a mosaico sono per i dettagli del mondo, per il fiore su cui posarsi o per la mano che sta per schiacciarti. I tre occhi sulla testa sono per la gravità, per l'equilibrio, per la certezza di non cadere.


In fondo, la questione del numero degli occhi è sempre una questione di mondi. Noi umani, con due occhi frontali, siamo costruiti per afferrare, per puntare, per andare dritti verso le cose. I ragni, con otto occhi, sono costruiti per attendere. Le mosche, con i loro mille frammenti, sono costruite per la fuga e per la velocità. E forse, a pensarci bene, la vera differenza non è tra chi vede bene e chi vede male, tra chi ha più occhi e chi ne ha meno. La vera differenza è tra il mondo come lo raccontiamo noi, fatto di oggetti solidi e distinti, e il mondo come forse è davvero, fatto di luce diffusa, di movimenti simultanei, di frammenti che nessun occhio singolo potrà mai ricomporre in un'unica immagine.

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