Il rito, così come la parola, io l’ho sempre odiato. Tuttavia, è proprio grazie al rito che mi è occorso di capire il rito, attraverso la mia esperienza di ultrasessantenne.

Mentre scrivevo del rito, scrivevo a un mio potenziale amico, a cui vorrei dare un consiglio ma non posso, perché non siamo così in confidenza,, e per simpatia nei suoi confronti — ha sedici anni — gli scrivevo. Non parlando del rito,, lui mi ha appena risposto. Gli dicevo, dandogli un consiglio: "Tra amici si possono dire le peggiori cazzate, ma il risultato non cambia".

Tornando al rito, penso poi al mio migliore amico. Il mio migliore amico non è il mio modello di amico, ma solo il mio migliore amico. È il padrino di nostra figlia.

Quando si è sposato, mi ha onorato accogliendoci, a sue spese, per potermi avere come testimone di nozze. Io indossavo un vestito di mio padre.

Orbene, grazie al mio amico ho capito il senso del rito: il senso del tempo.

Il tempo non conta tra amici.
Il rito cancella il senso del tempo, lo rintraccia e lo prevede. Nel rito si condensa un modo per onorare non il tempo, ma la persona: la persona che vive nel tempo, che è vissuta nel tempo e che nel tempo vivrà.

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