Abitare con le parole significa considerarle non come strumenti neutri, né come semplici segni su carta o suoni nell’aria, ma come oggetti in sé, reali nella loro presenza immateriale e nella loro capacità di generare effetti nel mondo. La parola è un oggetto bicondizionale: esiste solo nel momento in cui viene simultaneamente emessa e ricevuta. Diversamente da una sedia o da un sasso, che mantengono la loro consistenza indipendentemente dall’osservatore, la parola si compie soltanto attraverso l’incontro tra chi parla o scrive e chi ascolta o legge. Questo incontro non è un atto unidirezionale, ma uno scambio reciproco: l’emittente attribuisce un senso alla parola, il ricevente ne costruisce un altro, e in quello spazio tra i due sensi la parola vive. Scrivere, leggere, dire e ascoltare non sono fasi indipendenti, ma momenti di un unico fenomeno, un tessuto energetico che lega i partecipanti in una relazione che si rinnova ogni volta.
Parlare di senso invece che di significato non è una scelta retorica: riflette la natura energetica e percettiva della comunicazione. I sensi non sono compartimenti stagni; vista, udito, tatto, olfatto e gusto non percepiscono entità isolate, ma interazioni energetiche tra organismi e oggetti. Così come i polpastrelli non toccano veramente un oggetto, ma rilevano campi elettromagnetici che si dispongono in relazione a quelli delle superfici che sfiorano, così la parola trasmette energia informazionale: “casa” non costruisce un edificio fisico nella mente di chi la riceve, ma muove campi semantici che evocano strutture, esperienze e sentimenti. Questa energia scorre indipendentemente dalla consapevolezza del ricevente; anche una parola ignorata o fraintesa produce un effetto sul mondo, perché ogni emissione modifica la realtà energetica in cui si colloca. In questo senso la parola è un mezzo di risparmio energetico: trasmette informazioni complesse senza richiedere un dispendio fisico equivalente, riducendo la complessità della vita in segni percepibili e relazionali.
Walter Ong parlava di oralità secondaria per indicare la cultura mediatica del Novecento, in cui radio e televisione riportavano la voce al centro della comunicazione pur fondandosi su tecnologie scritte. In quella fase, scrivere e leggere si intrecciavano con dire e ascoltare, e i confini tra segno grafico e voce cominciavano a sfumare. Oggi viviamo in una condizione che possiamo chiamare oralità terziaria: non esiste più separazione netta tra chi scrive professionalmente e chi legge passivamente. Tutti partecipiamo a un flusso continuo di produzione e ricezione linguistica attraverso email, messaggi, social media, podcast, assistenti vocali. Scrivere e leggere, dire e ascoltare, non sono più atti distinti, ma momenti di una stessa corrente, un continuum in cui la parola circola incessantemente, costruendo e decostruendo significati.
Per rendere tangibile l’entità di questa oralità terziaria, possiamo provare una quantificazione. Una conferenza di un’ora, trascritta integralmente, occupa circa venticinque pagine. Applicando lo stesso calcolo all’esperienza linguistica quotidiana di una persona occidentale media, tra conversazioni ordinarie, ascolto di radio e podcast, lettura e scrittura di messaggi, email e contenuti web, emergerebbe un flusso equivalente a circa duecento pagine al giorno. In un anno, superiamo settantamila pagine, quasi trecentosessantacinque libri medi. In sessant’anni di vita attiva, questa quantità si accumula fino a ventimila libri, una biblioteca personale che si avvicina alla metafora borgesiana della Biblioteca di Babele, in cui ogni possibile combinazione di lettere trova posto. Non è una coincidenza che l’immagine di Borges si faccia qui concreta: siamo immersi in un mare di parole, un flusso incessante che ci attraversa e ci costituisce, al contempo fonte di conoscenza e potenziale sovraccarico.
Le parole producono effetti reali, analoghi a quelli chimici della caffeina o di qualsiasi sostanza che modifichi lo stato energetico del corpo. Quando pronuncio o ricevo una parola, il mio sistema neurologico ne registra la presenza, anche se a bassa intensità. Ciò significa che, pur non essendo tangibili, le parole non sono prive di potenza: possono scuotere, modificare percezioni, attivare risposte emotive o cognitive. Tuttavia, la parola non coincide con l’intera persona: la complessità umana supera qualsiasi catalogazione linguistica, e nessun testo o discorso può esaurire ciò che siamo.
Resta allora la questione della gestione di questo mare di parole. L’abbondanza verbale non garantisce chiarezza di pensiero; la velocità della comunicazione non coincide con profondità della comprensione. Ventimila libri in una vita potrebbero rappresentare non un tesoro, ma un eccesso che impedisce di distinguere il significativo dall’insignificante. Come possiamo abitare questo mare senza annegare? Come possiamo usare la parola come strumento di senso e non solo come rumore di fondo? Forse la chiave sta nel riconoscere la responsabilità intrinseca a ogni atto linguistico: ogni parola emessa o ricevuta modifica lo stato energetico del mondo, anche se in maniera impercettibile. La consapevolezza di questa responsabilità diventa indispensabile in un’epoca di oralità terziaria, perché solo così possiamo evitare di essere sommersi dal diluvio verbale che noi stessi abbiamo generato.
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