Oralità è scrittura?

Sì.

La parola è un oggetto come una sedia o un sasso.
Da questi oggetti comuni si differenzia poiché è immateriale.

La parola tuttavia resta un oggetto esterno, non interno alle persone, proprio come una sedia o un sasso. Il suono o il segno attraverso cui essa si manifesta o viene recepita acquista senso di parola solo quando, se scritta, viene letta, o se detta, viene ascoltata.

Queste sono le quattro fasi della parola che, se oralità e scrittura fossero sinonimi, si ridurrebbero a due: emissione e ricezione. Per questo ritengo che la parola sia un oggetto bicondizionale: esiste solo se viene emessa e ricevuta. L’emittente ne ha un senso, il ricevente un altro.


Perché preferisco il termine senso a significato?

I cinque sensi che comunemente conosciamo non sono altro che episodi percettivi energetici. Il gusto, il tatto, la vista, l’olfatto e l’udito, nel loro insieme, costituiscono un unico fenomeno percettivo-energetico che si compie in cinque modi.

Nel tatto, per esempio, gli atomi del mio polpastrello non vengono realmente a contatto con ciò che tocco: percepisco, attraverso i campi energetici dei miei atomi, quelli dell’oggetto che tocco.

Senso, dunque, è percezione di energia.

Così, il senso di una parola è una percezione energetica a bassa frequenza. Indipendentemente dal suo significato, in chi la emette e in chi la riceve avviene una modificazione energetica minima ma reale.

La parola “casa”, ad esempio, trasmette energia semantica senza bisogno di costruirne una per intendersi.

La parola nasce quindi come forma di risparmio energetico: nel suo senso, si compie sempre quando è emessa e ricevuta. Il trasferimento di energia accade indipendentemente dalla volontà.


Prendiamo una conferenza di un’ora: trascritta pari pari, occupa circa venticinque pagine di libro.

Qui entra in gioco l’oralità secondaria di Ong: scrivere e leggere, dire e udire si sovrappongono; il confine tra voce e segno si fa poroso. Leggere può diventare ascoltare, scrivere equivale a parlare, e ogni atto linguistico porta con sé presenza.

Oggi viviamo in un’oralità terziaria: chi non scrive? chi non legge? Tutti partecipiamo a un flusso continuo in cui la parola circola, si trasmette, si trasforma, modifica lo stato di chi la produce e di chi la riceve.

Se provassimo a fare con l’oralità terziaria di una persona occidentale media — tra “un caffè lungo per cortesia”, “grazie”, l’autoradio, e lo scrivere in chat — lo stesso esperimento fatto con la conferenza, trascrivendo ogni parola emessa e ricevuta, otterremmo ogni giorno un libro di duecento pagine. In un anno, 365 libri. In sessant’anni, ventunmila.

Questa è la presenza della parola nella nostra vita: a bassa intensità energetica, ma costante, capace di determinarci, sviare, aprire, consolidare.

Ventunmila libri in sessant’anni: una sottospecie di Biblioteca di Babele.

Non so quale sia, in fondo, il senso di questa mole espositiva all’oggetto parola.
So però che, se chiedo un caffè e lo bevo, mi sento più sveglio.
E so anche che non si può ridurre una persona alle sue parole.
Ma ho l’impressione che la nostra cultura sia immersa in un mare di parole e che stia affogandovi.

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