Abitare l’oralità terziaria

Provo a pensare la parola non come strumento, né come segno neutro, ma come evento. Un accadere che si compie solo quando qualcuno la emette e qualcun altro la riceve. La chiamo bicondizionale perché vive in due direzioni insieme, come un respiro: esiste soltanto se c’è chi parla e chi ascolta nello stesso gesto. La parola non è mai di uno solo.

Walter Ong distingueva tra oralità primaria e secondaria. La prima era quella delle culture senza scrittura. La seconda, quella di radio e televisione, dove la voce tornava protagonista ma attraverso macchine che la fissavano. Oggi però siamo in un’altra condizione: potremmo chiamarla oralità terziaria. Scrivere, leggere, dire, ascoltare: si confondono. Tutti facciamo tutto, ogni giorno. Mandiamo messaggi, leggiamo commenti, registriamo note vocali, ascoltiamo testi scritti da voci sintetiche. La parola gira, circola, non si ferma mai: un flusso continuo in cui nessuno è solo emittente o solo ricevente. È un mare dove ogni onda è voce di qualcuno, riflesso di qualcun altro.

Se volessimo renderlo visibile, potremmo immaginare un piccolo esperimento. Una conferenza di un’ora, trascritta, fa circa venticinque pagine. Ora moltiplichiamo: conversazioni, podcast, chat, email, scroll infiniti. In un giorno, l’equivalente di duecento pagine. In un anno, settantamila. In una vita, una biblioteca. Non serve che i numeri siano esatti — non vogliono contare, ma far sentire la massa, il peso verbale in cui siamo immersi. Non è statistica: è percezione.

Quando parlo di energia delle parole, non intendo nulla di misurabile. È un modo per dire che la parola fa qualcosa: cambia stati mentali, suscita emozioni, orienta gesti. Ogni frase è un piccolo spostamento nel campo dell’attenzione. Dire che la parola trasmette energia informazionale significa che non c’è mai comunicazione neutra: ogni parola incide, anche se passa inosservata.

Per questo preferisco dire “senso” più che “significato”. Il senso è una vibrazione percettiva, non un codice da decifrare. Quando leggo “casa”, non estraggo un concetto, ma sento un campo che si muove: immagini, suoni, odori, memorie. La parola non contiene: attiva.

Da qui derivano alcune conseguenze, anche se non voglio farne regole. Ogni volta che parliamo o scriviamo, agiamo. Ogni volta che leggiamo o ascoltiamo, partecipiamo. E più cresce il flusso, più si fa difficile distinguere tra parola viva e rumore di fondo.

Allora la domanda diventa: come si abita questo mare? Forse con una forma di attenzione nuova — non tacendo, ma scegliendo. Sapendo che ogni parola, anche la più piccola, muove un po’ il mondo. E che abitare l’oralità terziaria non significa gridare di più, ma ascoltare meglio il continuo parlare che già ci attr

aversa.

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