Oralità e Scrittura: Un'Indagine sulla Parola come Oggetto
La parola come oggetto bicondizionale
Oralità è scrittura? La
risposta è affermativa, ma richiede precisazioni.
La parola è un oggetto. Non nel
senso comune del termine, come una sedia o un sasso, ma in quanto entità
percepibile e trasmissibile. La differenza fondamentale risiede nella sua
immaterialità: non occupa spazio fisico, non ha massa, eppure esiste come fenomeno
reale e misurabile.
Ciò che distingue la parola da
altri oggetti è la sua natura relazionale. Una sedia esiste indipendentemente
da chi la osserva; la parola, invece, acquista la sua identità solo nel momento
in cui viene prodotta e recepita. Il suono articolato o il segno grafico
diventano "parola" esclusivamente quando qualcuno li emette e qualcun
altro li riceve. Questo processo si articola in quattro fasi distinte:
scrivere, leggere, dire, ascoltare.
Se oralità e scrittura fossero
davvero sinonimi, queste quattro fasi si ridurrebbero a due: emissione e
ricezione. Ma non è così. Proprio questa distinzione mi porta a definire la
parola come un oggetto bicondizionale: esiste solo se simultaneamente
emessa e ricevuta. L'emittente attribuisce alla parola un senso; il ricevente
ne costruisce un altro. La parola vive nello spazio tra questi due sensi.
Dal significato al senso: una prospettiva energetica
Perché parlo di
"senso" anziché di "significato"? La scelta terminologica
non è casuale, ma rimanda a una concezione più ampia della percezione.
I cinque sensi tradizionali non
sono modalità separate, ma manifestazioni di un unico fenomeno
percettivo-energetico. Quando tocco un oggetto, i miei polpastrelli non entrano
realmente in contatto fisico con esso: percepisco i campi elettromagnetici degli
atomi che compongono la mia pelle in relazione a quelli dell'oggetto. Lo stesso
vale per vista, udito, olfatto e gusto: sono tutti modi diversi di percepire
energia in forme e frequenze differenti.
In questa prospettiva, il senso
è percezione di energia. Una parola trasmette energia semantica: quando
pronuncio o scrivo "casa", avviene uno scambio energetico tra me e
chi mi ascolta o legge. Questo trasferimento è reale, misurabile in termini
neurologici, anche se a bassa intensità. Non occorre costruire fisicamente una
casa per comunicarne il concetto: la parola compie questo lavoro attraverso un
trasferimento di energia informazionale.
La parola nasce quindi come
forma di risparmio energetico: trasmette informazioni complesse con un
dispendio minimo di risorse fisiche. Nel suo senso, la parola si compie sempre
quando è emessa e ricevuta. Il trasferimento di energia avviene indipendentemente
dalla volontà o dalla consapevolezza dei partecipanti: anche una parola
fraintesa o ignorata produce un effetto energetico su chi la riceve.
Dall'oralità secondaria all'oralità terziaria
Walter Ong ha introdotto il
concetto di oralità secondaria per descrivere la cultura mediatica del
Novecento, in cui radio e televisione riportano la voce al centro della
comunicazione pur basandosi su tecnologie scritte. In questa fase, scrivere e
leggere iniziano a sovrapporsi a dire e ascoltare; il confine tra voce e segno
diventa poroso.
Oggi viviamo in quella che
possiamo definire oralità terziaria: un'epoca in cui la distinzione tra scritto
e parlato si dissolve quasi completamente. Ogni persona alfabetizzata partecipa
a un flusso continuo di produzione e ricezione linguistica attraverso messaggi,
email, social media, assistenti vocali, podcast. Non esiste più una separazione
netta tra chi scrive professionalmente e chi legge passivamente: tutti
scriviamo, tutti leggiamo, costantemente.
Una quantificazione dell'oralità terziaria
Per comprendere la portata di
questo fenomeno, consideriamo un esperimento quantitativo. Una conferenza di
un'ora, trascritta integralmente, occupa circa venticinque pagine di testo. Se
applicassimo lo stesso metodo all'esperienza linguistica quotidiana di una
persona occidentale media, il risultato sarebbe sorprendente.
Tra conversazioni ordinarie,
ascolto della radio in auto, lettura e scrittura di messaggi, email lavorative,
consultazione di siti web e social media, una persona produce e riceve
l'equivalente di circa duecento pagine al giorno. In un anno, questo ammonta a
oltre settantamila pagine: circa 365 libri di media lunghezza. Nell'arco di
sessant'anni di vita attiva, si accumulerebbero circa ventimila libri.
Ventimila libri: una biblioteca
personale paragonabile alla vastità della Biblioteca di Babele di Borges,
quell'universo infinito dove ogni possibile combinazione di lettere trova
posto. La metafora non è arbitraria: la nostra esistenza è letteralmente immersa
in un mare di parole, un flusso incessante che ci attraversa, ci modifica, ci
costituisce.
Riflessioni conclusive: presenza e limite della parola
Non conosco quale sia, in
ultima analisi, il significato profondo di questa esposizione sulla parola come
oggetto. Osservo, però, fenomeni tangibili: quando chiedo un caffè e lo bevo,
mi sento più sveglio. L'energia chimica della caffeina produce un effetto reale
sul mio corpo.
Allo stesso modo, le parole
producono effetti reali, anche se di natura diversa. Tuttavia, so anche che non
si può ridurre una persona alle sue parole. Siamo molto più della somma dei
discorsi che pronunciamo o scriviamo: la complessità dell'esistenza umana
eccede qualsiasi catalogazione linguistica.
Eppure, l'impressione persiste:
la nostra cultura occidentale è immersa in un mare di parole. E forse, in
questo mare, stiamo affogando. L'abbondanza verbale non garantisce chiarezza di
pensiero; la velocità della comunicazione non coincide con la profondità della
comprensione. Ventimila libri in una vita potrebbero rappresentare non una
ricchezza, ma un eccesso che ci impedisce di distinguere il significativo
dall'insignificante.
La domanda che resta aperta è
questa: come possiamo abitare questo mare senza annegare? Come possiamo usare
la parola come strumento di senso e non solo come rumore di fondo? La risposta,
forse, sta nel riconoscere la responsabilità che accompagna ogni atto
linguistico: ogni parola emessa o ricevuta modifica lo stato energetico del
mondo, anche se impercettibilmente. In un'epoca di oralità terziaria, questa
consapevolezza diventa necessaria per non soccombere al diluvio verbale che noi
stessi abbiamo creato.
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