Semplice, agile, fluida, la scrittura fenicia non esigeva, come la lineare cretese, caste di scrivani specializzati, ma si prestava ad essere largamente usata dall'industrioso popolo che ne era stato l'autore. A manifestare il pensiero bastavano 22 segni. (Margherita Guarducci)


Ogni lettera, sinogramma o geroglifico ha un senso, un senso molteplice. Quando si trasforma in parola, ogni singolo segno diventa relazione. Relativa in due sensi: non è assoluta e mette in relazione due unità, chi la genera e chi la riceve.

Anche se ogni lettera ha avuto una propria evoluzione, anch’essa mutuata da relazioni, i sensi delle singole lettere vengono abbandonati per comporre un nuovo significato. Per esempio: mamma. Nasce un nuovo senso, più raffinato, che si chiama parola.

Ogni parola, attraverso la relazione, crea ancora senso: un discorso.

Forse questa è l’unica vera specificità di noi sapiens: aver scoperto un oggetto misurabile in pixel, inchiostro, suono; un oggetto di comunicazione, un oggetto che funziona. Lo abbiamo ingabbiato in un sistema formale: il linguaggio. La ricostruzione di senso proposta dalla Guarducci mi trova pienamente d’accordo: il linguaggio è utile.

Chiedersi cosa fosse prima della scrittura è una domanda oziosa: continuiamo a esperirlo e ad osservarlo. I neonati, ad esempio, vivono in un ambiente prelinguistico; possiamo, in un certo senso, domandarlo a loro.

Il sapiens non ha prodotto pirotecniche trasformazioni del linguaggio. Non si incarna: lo si incorpora per stratificazione. Emoji, sinogrammi, geroglifici, lettere, parole: non cambia, è linguaggio.

Non si comporta come un grafico ad albero che parte da un punto duale (emittente/ricevente) e poi sale, ma come un grafico a radice che, dallo stesso punto duale, scende.

Il linguaggio è dunque un sistema formale teorico. È relativo, come il concetto di spazio-tempo che, per come la vedo io, andrebbe chiamato tempo-spazio.

Per l’oggetto-relativo-parola il senso intrinseco non è ciò che conta. Esiste, ma è relativo. Lo stato veramente osservabile della parola è quando produce un senso che si innesta tra emittente e ricevente, in modo simile in entrambi, secondo una dinamica analoga alla tecnica dei loci della retorica. Quel senso si incorpora (non si incarna) come un odore di biscotto.

Le parole relative sono un orto semantico, non un campo.

Le parole sono attrezzi immateriali utili.

Non se ne capirebbe la ragione. :-)

O:

Il linguaggio è un sistema formale di segni discreti, esteriorizzati in un medium misurabile, la cui unica funzione ontologica è generare, attraverso la relazione cooperativa tra entità coscienti, un senso condiviso e stratificato che non preesiste alla loro interazione.

O:

il linguaggio è una tecnologia cognitiva condivisa che permette a più menti di sincronizzarsi e co‑creare realtà concettuali che nessuna mente, da sola, potrebbe generare.

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