La cullavano tra le braccia, in attesa che germogliasse il seme in una terra fatta d’aria.
Della vita le mostravano le magagne, cominciando dalle proprie. E lei le aveva viste tutte.
Le insegnavano che il dolore è normale, e che fa male.
Il rigore spartano di lui e l’acuto sentire di lei, col tempo, tracimarono nella figlia.
E nella sua crescita riconoscevano un dialogo con la loro: l’eco di un’idea forse non detta, ma vissuta: che la parte interessante risieda più nella magagna che nella normalità.
In sostanza, credevano di averle insegnato a essere più di un uomo (che ci vuole?) o di una donna (ah! però!); le avevano chiesto di imparare a essere una persona tra le tante.
Quando lei scelse la sua vita, per loro fu una gioia immensa.
Ma nulla poteva eguagliare ciò che accadde quando lei, a sua volta, scelse di dare una nuova vita.
La figlia/madre compiva quel giorno trentacinque anni.
Le diedero un cartoccio e un biglietto con su scritto: "Auguri!".
Commenti
Posta un commento