La parola nasce prima della scrittura, ma non nasce necessariamente prima del segno. Questa affermazione, apparentemente paradossale, diventa meno problematica se si rinuncia a identificare il segno con la grafia. Prima di essere tracciato, il segno è un oggetto condiviso: qualcosa che sta nel mondo e che una comunità riconosce come stabile, ripetibile, indicabile. Il segno, in questa fase, non è scritto ma è già pubblico.

A questo segno-oggetto viene associato un suono. Non un suono naturale, ma un suono collettivamente stabilizzato. Quando il suono rinvia al segno e il segno rinvia al suono, non siamo ancora nella scrittura, ma siamo già nella parola. Se quel suono non viene fissato graficamente, la parola resta orale; se viene fissato, nasce una scrittura. Ma l’ordine non è gerarchico: parola e segno possono emergere insieme, come due facce dello stesso atto cognitivo.

Da questo punto di vista, non ha importanza che una parola sia rappresentata da una singola lettera, come una I maiuscola, o da una sequenza di ottantadue grafemi. In entrambi i casi, essa funziona come elemento relativo all’interno di un sistema di altre parole. La parola non vale per sé, ma per le relazioni che intrattiene. Questo è il linguaggio inteso come strumento cognitivo di precisione: una macchina formale che consente di discriminare, correlare, operare sul mondo attraverso una lingua determinata.

I sinogrammi cinesi rendono visibile questa origine ibrida in modo quasi didattico. La scrittura cinese non separa nettamente suono e segno, come fanno gli alfabeti fonetici, ma li mantiene intrecciati all’interno dello stesso carattere. Il carattere 木, pronunciato mù, significa “albero”. Il segno conserva una traccia iconica del tronco e dei rami, ma senza il suono non è ancora parola. È il suono condiviso che lo attiva linguisticamente. Quando due 木 vengono accostati a formare 林, lín, “bosco”, il segno si densifica e il suono si ricalibra: non è la somma di due alberi, ma un salto concettuale reso possibile dal sistema.

Ancora più evidente è il caso dei caratteri fonosemantici, che costituiscono la maggioranza della scrittura cinese. In 睛, jīng, “pupilla”, il radicale 目 indica il campo semantico dell’occhio, mentre 青 presta il suono. Qui il segno non rappresenta una cosa, né il suono rappresenta un segno: i due operano insieme come un dispositivo cognitivo ibrido. Il carattere è già una piccola teoria del linguaggio: il significato non è né puramente iconico né puramente fonetico, ma nasce dalla loro composizione.

Questo mostra che la parola non è semplicemente un suono che viene scritto dopo, né un segno che viene letto ad alta voce. È, fin dall’origine, un oggetto relazionale esterno, che tiene insieme percezione, gesto, suono e memoria collettiva. La scrittura cinese, dalle ossa oracolari in poi, non congela la parola: la stabilizza senza svuotarla, mantenendo visibile la sua doppia natura.

E tuttavia tutto questo non è ancora il linguaggio nel senso pieno. È un sistema di parole relative, un apparato formale altamente raffinato. Il linguaggio, invece, accade quando questo apparato viene messo in uso, quando qualcuno prende il rischio di dire, di nominare, di forzare il sistema. Il linguaggio non coincide con la lingua, né con la scrittura, né con l’oralità: è l’evento che le attraversa.

I sinogrammi mostrano che il linguaggio non nasce dalla pura voce né dalla pura grafia, ma da una zona intermedia in cui segno e suono si riconoscono reciprocamente. Ma mostrano anche che nessun sistema, per quanto ingegnoso, esaurisce il linguaggio. Le parole sono strumenti di precisione; il linguaggio è ciò che accade quando quegli strumenti vengono usati per abitare il mondo, non solo per descriverlo.

Il linguaggio è lo strumento per spalmare il tempo.

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