Leonardo scelse tre quadri da portare in Francia. Tre, su tutto. La selezione di un uomo che sa di non tornare vale più di un testamento.


Uno di quei tre gli era stato commissionato da Francesco del Giocondo, il ritratto della moglie intorno al 1503. Passò un anno, poi cinque, poi dieci. A un certo punto sulla tela inquadrata nel telaio di legno non c'era più un ritratto ma forse un laboratorio? un'ossessione? un'opera personale?


Nessun re italiano aveva trattenuto Leonardo; Ludovico era caduto, Roma lo aveva consumato, Venezia lo aveva guardato con diffidenza. L'Italia dei potentati rinascimentali era una scacchiera su cui il genio veniva spostato, non custodito.


Francesco I fece una cosa semplice: gli offrì una casa, una pensione e la libertà di non dover dimostrare più nulla. Leonardo aveva sessantaquattro anni e la mano destra che non ubbidiva. Accettò.


Ad Amboise tenne il quadro con sé fino alla morte. Non per consegnarlo al committente la cui moglie non era più quella di vent'anni prima.


Quando morì, il quadro rimase lì. La Francia lo raccolse. Non lo rapì: lo ereditò da un uomo che lo aveva già sottratto all'Italia molto prima di varcare le Alpi, sottratto per scelta, per lentezza deliberata.


L'Italia non mandò nessuno a riprenderlo. Non per viltà, per distrazione, per frammentazione.


Quindi mi pare giusto che il sorriso di Leonardo aleggi al Louvre e mi verrebbe una domanda: al di là del valore artistico del quadro, essendo la più parte della produzione leonardesca in Italia, come mai proprio quel quadretto sia diventato la Star?

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